Gianpaolo Galiazzo, l’equilibrista del free solo fra etica e dedizione

Non è facile per un vecchio arrampicatore alpinista improvvisarsi intervistatore e ancor di più farlo facendo domande ad un amico e compagno di cordata, ma la simpatica e spronante idea di Emanuele Confortin, di farmi giocare questo ruolo, mi lusinga. Tanto che riesco a convincere il riservato Gianpaolo Galiazzo a sottostare a questa stramberia. È fuor di dubbio che un personaggio della levatura di “Giampi” rimasto da sempre un po’ in ombra meriti l’interesse della cronaca e forse l’idea che sia io a svelare la sua attività e il suo pensiero tutto sommato è azzeccata visto che mi vanto di conoscerlo abbastanza bene e di non farmi sfuggire anche quel che lui non ricorda.

Salto subito i preamboli che riguardano il suo passato, inizia ad arrampicare nel ’91 a 29 anni, tardi per i canoni moderni, ma con un fisico già preparato avendo praticato fino a poco prima ciclismo amatoriale ad un buon livello; sopra la libreria di casa a San Vendemmiano di Conegliano, ci sono una ventina di coppe, molte per vittorie e piazzamenti in salita. È un fondista puro, mi raccontava che nel suo pieno della forma aveva 35 battiti al minuto. Ha un fisico longilineo e dopo un anno che arrampicava si muoveva con una disinvoltura incredibile, tanto da inventare uno stile inconfondibile, molto lento e preciso, bello da vedere, con un equilibrio costante e movenze statiche, forse un po’ penalizzante per le grandi evoluzioni in strapiombo e di forza pura praticate ai giorni nostri con il “ciapa tira e lancia”, ma indiscutibilmente essenziali per realizzare in tutta sicurezza delle imprese in free solo come quelle realizzate dal mio compagno. A qualcuno è capitato di vederlo negli anni ’90 salire senza corda su vie di 6c/7a nelle sue falesie preferite in Càleda o a Dardago, e in una occasione la via Babooska valutata 7b+ sempre in Càleda. Ma è sulle montagne che a dato il meglio di sè realizzando numerose solitarie alcune prime assolute, rigorosamente senza corda e in arrampicata libera. Cito solo le più importanti: nel ’92 dopo solo un anno che arrampica sale in prima solitaria assoluta la via ”Precisa” in Moiazza 350m VII; nel ’93 è la volta dello spigolo “Strobel” in Bosconero 600 m VII- ; nel ’94 sale la via “Tempi Moderni” in Moiazza 350 m VII e nello stesso periodo la via “Dorotei Miari De Vecchi” sulla Torre Jolanda 250 m VII- con il valore aggiunto di non averla mai percorsa prima; sempre in quell’anno magico la sua attività prosegue con in successione: “Via delle guide” sulla Rocchetta di Bosconero, 400 m VII-, che io considero il suo capolavoro per averla percorsa a vista, ed essere una via continua da ricercare e con pochi chiodi, quindi altro capolavoro la via “Libidine grigia” sul Sasso di Toanella 450 m VII-, ed infine tanto per rimanere sul strabiliante la via “Up and down” sul Sasso di Càleda 350 m VII. Tengo a precisare nuovamente tutte senza corda. La sua attività è stata arricchita poi da un’infinità di ripetizioni oltre che di vie classiche e moderne, di vie trad recenti e da una ventina di vie nuove, sempre con protezioni rimovibili e con difficoltà fino all’ottavo grado.

Mi viene spontaneo chiederti, e forse te l’ho già chiesto in passato, cosa ti ha spinto dopo solo un anno che arrampicavi ad intraprendere un’ attività pericolosa come le solitarie senza corda?

Non c’è stata una situazione in particolare che mi ha spinto in quella direzione, più che dall’impresa alpinistica in sé ero forse affascinato da alcuni filmati che mi era capitato di vedere su Patrik Edlinger, la vedevo come una cosa naturale, l’espressione più affascinante dell’arrampicata libera. Lo facevo solo per conoscere me stesso e poi è una cosa che uno si sente dentro che sviluppa soltanto con la crescita e la sicurezza del suo stile in arrampicata.

Penso anch’io che andare slegato senza neanche l’aiuto psicologico di una corda appesa sia l’essenza dell’ arrampicata libera, per quel poco che l’ho praticata ho dovuto scontrarmi con le mie paure, ti è mai capitato di avere paura e che preparazione mentale seguivi?

Mai in nessun momento ho avuto paura! Se l’avessi avuta avrei smesso di arrampicare, quando una via mi piaceva per determinate caratteristiche la facevo e basta, l’unico dubbio mi sfiorava in partenza poi una volta partito ero solo concentrato sul movimento, non facevo chissà che preparazione psicologica, contavo molto sui battiti bassi del mio cuore che mi ha sempre aiutato ad essere calmo e a non farmi prendere dal panico.

Sono tante le vie che hai percorso in solitaria, e tutte sono sicuro hanno una storia da raccontare, ma a quale sei più legato per l’impegno tecnico e mentale?

Mi viene in mente “up and down” sul Sasso di Càleda, non tanto perchè avesse passaggi più duri delle altre, ma per la continuità e la forte esposizione, quel giorno poi ero in uno stato di grazia come poche volte capita nella vita, una grande soddisfazione, ancor più sapendo che era la seconda ripetizione assoluta.

Naturalmente oltre alle solitarie hai un infinità di ripetizioni di vie che vanno oltre il classico, alcune di tipo tradizionale o alcune più moderne con qualche spit, mi viene in mente la “Framm” o “Filo D’Arianna” in Marmolada o la via “Degli Svizzeri” in Lavaredo, ma so anche che consideri ripetute veramente le vie già liberate, quando le si percorrono integralmente in libera e senza “resting”. Con queste premesse ne avresti una da raccontare in particolare, che ti ha dato soddisfazione e perché?

Sono comunque tutte vie che hanno degli obligatori durissimi e farle anche parzialmente in libera ripaga. Grande soddisfazione l’ho avuta sulle Cime di Lavaredo sulla via ”Muro Giallo” una via a spit con difficoltà continue fino al 7b che ho percorso tutta da primo in libera e “on shigt”, lo stesso vale per “Otzi trifft Yeti” sempre in Lavaredo, una via parzialmente a spit, su roccia friabile e con difficoltà fino al 7a+. Un ‘altra via, che mie riuscita bene, tutta con protezioni rimovibili, è la via “il canto del cigno” con difficoltà fino al 7b sulla Cima della Vallaccia.

Hai aperto anche numerose vie nuove, direi tutte dure per non dire durissime, con tanti compagni diversi, dei quali alcuni rinomati alpinisti, penso a Lorenzo Massarotto, a Renato Panciera a Ivo Ferrari o a Alessandro Rudatis e molti altri, mi potresti dire le caratteristiche o qualche aneddoto che ti è rimasto impresso di questi quattro in particolare?

Lorenzo non tirava gradi altissimi in falesia e in montagna ma sapeva proteggersi bene dove occorreva mostrando una tenacia e una resistenza fuori dal comune; di Renato posso dire che aveva una tranquilità interiore anche quando era sul duro e al limite del rischio. Ivo, direi un personaggio sempre estroso, allegro e giovale, che ha saputo ritagliarsi un suo spazio nell’alpinismo classico con sopratutto numerose solitarie di livello; ed infine il “Bobo” con il quale ho fatto numerose vie dure, e aperto in giro qua e là, ha dalla sua l’umiltà e la capacità di ripetere vie in libera come “la Cattedrale” in Marmolada.

E delle vie che hai aperto, me ne racconti una dove hai trovato un tiro particolarmente duro da capocordata?

Ce ne sono tante che mi hanno impegnato, ma forse una delle poche volte che me la sono vista brutta è stato sulla parete est della Cima d’Ambrusogn, nelle Pale di S.Lucano, con Gianni Del Din durante l’apertura della via “Raffaella” , quattrocento metri con difficoltà fino al VII +. Una via che il mio compagno aveva già tentato con un amico, ritirandosi dopo un volo piuttosto lungo causato dalla fuoriuscita di un chiodo, sul tratto più impegnativo della via. La volta successiva quando il tiro fatidico è toccato a me, dopo essermi alzato per parecchi metri sulla parete strapiombante, con solo una ridicola clessidra come protezione, sono stato costretto in una posizione precaria, ad ingegnarmi per allargare con il martello un buchetto dove infilare un friend piccolo, ho dovuto mantenere la calma e confidare sulla mia resistenza, portandola veramente al limite e con la paura di spiaccicarmi sulla cengia sottostante. Dopo varie peripezie sono riuscito a piazzare alla bene meglio un rinvio e ad attraversare qualche metro a destra dove è entrato un buon chiodo che mi ha dato più sicurezza e mi ha permesso di concludere la via.

Sono situazioni che son capitate anche a me e che rendono l’alpinismo vero e avventuroso. Oltre a questa mi puoi citare qualche altra via dura che hai aperto?

Mi viene in mente la via “Fantasia o realtà” 600 m.VIII A3 in Bosconero aperta con Renato Panciera, oppure la via “La Maliarda” 600 m. VIII- A0 in Torre Armena sempre con Renato, o la via “Massarotto-Galiazzo” 500 m. VII+ sulla Cima Gianni Costantini e poi boh, molte altre.

Mi permetto di aggiungere: la via “L’ultimo zar” 500 m. VII+ A3 sulla Prima Pala di S. Lucano aperta con Ivo Ferrari, e la via “Capelli d’argento”450 m. VIII- sugli Scalet delle Masenade, aperta con Alessandro Rudatis.

Negli ultimi anni hai ripetuto anche un’ infinità di vie sportive o definite moderne in Dolomiti, vie che stanno diventando sempre più di tendenza fra i giovani, secondo te che hai praticato anche le free solo e aperto rigorosamente in stile trad può esserci ancora un futuro per le vie “pulite”?

Penso che fra i giovani ci sia una confusione generale dettata da una mancanta conoscenza della storia alpinistica; sono istruiti ad andare in montagna direttamente su vie sportive impegnative senza conoscere il piacere del “protegersi da sé” e i limiti che questro comporta. Bisogna distinguere sempre le due attività e dare ad ognuna la giusta collocazione senza farsi ingannare dai numeri delle gradazioni. Io personalmente sono contento della mia storia alpinistica anche se ogni tanto mi piace fare vie a spit. Per quanto riguarda il futuro delle “vie trad” penso ci sia ancora molto spazio, basta avere la fantasia per andarsele a cercare e tutelando comunque alcune zone selvagge.

Per finire, dopo che hai avuto quel famoso incidente nel 2011, e hai dovuto passare una dura degenza con un recupero riabilitativo lunghissimo, posso dire che ti ho visto tornare con determinazione ad un buon livello, nonostante i tuoi 55 anni, arrampichi ancora bene su difficoltà di 7b/ 7c, cosa ti proponi per il futuro, hai ancora qualche progetto nascosto nel tuo cassetto?

Sinceramente all’inizio avevo pensato di vendere tutta l’attrezzatura, troppo dolore, quasi un anno con la morfina, poi pian piano mi son lasciato convincere da un amico a ricominciare… prime volte devastanti, poi un po’ meglio, ma è chiaro che le conseguenze ci sono e si fanno sentire… adesso prendo quel che viene non ho progetti nel cassetto, ma mai dire mai, arrampico e vado a camminare in salita perché mi piace ancora e mi fa star bene nonostante i dolori, punto.

By | 2018-01-26T17:16:12+00:00 26 gennaio, 2018|

Rispondi