Il boom dell’arrampicata e le risposte che stentano ad arrivare

Giorno dopo giorno è sempre più evidente l’uso dell’arrampicata nella comunicazione; ne parlava qualche settimana fa Fabrizio Goria qui su Alpinismi riportando il caso di Ferrari che, su Instagram, ha scelto di utilizzare un muro d’arrampicata come sfondo ad un’auto da 270.000 euro. Insieme ad esso, gli esempio sono molti, passando dai cartelloni pubblicitari alle fermate della Metro di Milano che mostrano uno Stefano Ghisolfi sponsorizzato Sector, fino ad arrivare al trapper Ghali che nel video della sua ultima hit “Cara Italia”, non una canzone qualunque una da 4,2 milioni di visualizzazioni in 24 ore (record italiano), inserisce scene che lo mostrano intento ad arrampicare in free solo.

Se pensavate che il vedere ovunque persone appese su pareti fosse dovuto alla vostra fissazione per la roccia sappiate che non è così, o meglio, la fissazione probabilmente la avete, ma l’arrampicata sta senza dubbio attraversando un momento di grande popolarità.

Si tratta di scelte causali o intraprese per cavalcare il trend del momento? Se è vero che “un indizio è un indizio, due indizi sono una prova”, abbiamo elementi a sufficienza per prendere come corretta la seconda opzione.

Ecco allora che brand più vari: macchine, intimo, bevande zuccherate e orologi, ma anche cantanti, cavalcano l’onda del momento dando un’enorme visibilità ad una disciplina che fino a qualche anno fa era riservata a pochi appassionati, andando così a stimolare la curiosità di persone di ogni età che, se fino a qualche giorno fa associavano l’arrampicata a scontrosi barbuti, oggi scoprono essere uno sport adatto a tutti.

Non altrettanta vivacità mostrano invece molti di quei marchi che nel mondo della montagna ci sono da anni, quelli che ci hanno vestito ed attrezzato fin dai nostri primi passi sulla roccia. Anche se escludiamo la pubblicità in televisione o sui cartelloni pubblicitari, che capisco non siano alla portata economica di tutti, e ci concentriamo sui social, è quasi impossibile riscontrare cambiamenti nel modus operandi della maggior parte degli operatori sopra citati, soprattutto in Italia.

Con un mondo della comunicazione che grida «Guardate, esiste l’arrampicata» ci si aspetterebbe un mondo dell’arrampicata che grida «Eccoci, siamo qui», sembra invece che l’unico interesse sia continuare a coltivare chi nell’arrampicata c’è già, senza volgere lo sguardo alla marea che spinge per entrare. Una scelta intelligente e poco rischiosa nel caso in cui quella dell’interesse per l’arrampicata si rivelasse solo una bolla, ma dal momento che non potremo verificare questa affermazione prima che siano finite le olimpiadi di Tokyo 2020, perché non provare ad aprirsi al mondo, a quella folla di possibili arrampicatori e dire «Noi questa cosa la facciamo da anni, vieni che ti mostro tutta la passione e l’emozione ci si può trovare su una parte».

Non è in fondo l’arrampicata uno sport di condivisione? Sempre che voi non siate una specie di Alex Honnold misantropo, in quel caso la domanda non vale. Attenzione però a non ridurre tutto al marketing e quindi al denaro; ho sempre visto nei brand d’arrampicata qualcosa in più; essendo prodotti di nicchia sono creati dagli arrampicatori per gli arrampicatori, c’è una base di passione che si trasmette attraverso il prodotto fino al consumatore.

Oltre alla passione vi è anche la profonda conoscenza che può essere tramandata a chi tenta di addentrarsi in questo mondo pur non avendo un minimo di conoscenza, con quale scarpetta iniziare, quale imbrago, quali sono gli abiti adatti, l’attrezzatura necessaria per questa o quella disciplina.

Dal chiodatore al produttore di scarpette il mondo dell’arrampicata è a lungo girato intorno a se stesso, ma l’intromissione dei nuovi marchi plurimilionari (vedi Coca Cola) sta stravolgendo questa situazione; un confronto che non prevede battaglie dal lato economico, ma che può essere bilanciato attraverso le prerogative sopra descritte, passione e conoscenza della disciplina.

Resta importante mostrare un’arrampicata “vera”, come si è sempre fatto; liberata da quella “spettacolarizzazione” verso la quale si sta andando in questo ultimo periodo e che piace tanto ai brand esterni, interessati più a colpire l’occhio dell’interlocutore mostrando beni di lusso in aperto contrasto con il mondo della montagna o, peggio ancora, normalizzando l’arrampicata da slegati.

È per questo che mi auguro che gli operatori del settore riescano ad innalzarsi a difensori di quello che l’arrampicata ha rappresentato fino ad oggi, capendo il cambiamento e accettandolo come valore.

Il massificarsi dell’arrampicata sembra ormai inevitabile perché sostenuto da cause esterne contro le quali il mondo della roccia, fino ad ora rimasto nella sua cerchia di conforto, non può far nulla se non cercale di spingerlo in una direzione positiva, e per fare questo abbiamo più che mai bisogno di uno sforzo congiunto.

Se i brand hanno i mezzi per incanalare il nascituro fenomeno dell’arrampicata è compito di tutti gli altri soggetti esser d’esempio positivo a tutti i nuovi atleti, dalla palestra al singolo soggetto, l’essere attenti e rispettosi diviene un onere ancor più importante perché ogni azione dannosa, dall’assicurare in modo errato al gettare un pezzo di carta in falesia, potrebbe diventare oggetto di emulazione; suona quasi banale dire quanto sia importante la pratica dell’imitazione nell’apprendimento di questo sport, fa bene però ricordare che come noi impariamo osservando gli altri, anche gli altri imparano osservando noi.

Spingere a dare visibilità all’arrampicata in generale dev’essere uno sforzo comune per innalzare questa disciplina a podi ben più alti, una crescita accompagnata da una coscienza dello sport porterebbe benefici a tutti, più persone vuol dire più vitalità, sognando un mondo in cui il costo di  chiodatura delle falesie non sia sostenuta da poche persone ma da una comunità che si espande e prende coscienza, sperando magari in un olimpiade 2024 o 2028 con tre medaglie per tre discipline, passando indubbiamente per i miglioramenti di qualità dei prodotti sostenuti da maggiori investimenti.

Oneri e guadagni, dunque, per poter cavalcare questa onda invece di venirne travolti. Se credete che la massificazione voglia per forza dire abbassamento del livello medio è importante cercare di far decrescere solo il grado medio: molti più scarsi, molti più neofiti, ma consci che questo spettacolare sport non sia solo sfida con i propri limiti, ma sia anche attenzione e rispetto.

By | 2018-02-06T17:23:54+00:00 5 febbraio, 2018|

Un commento

  1. Marco Boldrini febbraio 5, 2018 al 7:10 pm - Rispondi

    Sector è stato un precursore, negli anni novanta, con la serie No limits e Manolo come testimonial, riprende quindi un discorso sospeso.

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