Stefano Santomaso, il funanbolo agordino fra Moiazza e Pale di S. Lucano

Mi piace pensare che ancora ai giorni nostri, l’apertura di una via su di una parete in montagna, sia la continuazione storica di quell’alpinismo eroico ed esplorativo dei primi del 1900 che aveva come scopo il raggiungimento delle cime ancora non salite. Le sensazioni che si provano sono le medesime: su di un percorso di centinaia di metri verticali, dove nessuno ha mai messo la mano e dove ogni passo è un azzardo verso l’ignoto, ci sentiamo in un certo modo degli avventurieri. L’arrampicata in quelle situazioni diventa speciale e ti costringe a vivere il presente, finché non arrivi in cima tutto il resto conta poco, poi quando scendi sei già proiettato al futuro e non riesci a godere, come in quei momenti d’azione quel che stai facendo.

Fa sorridere nell’epoca dell’arrampicata sportiva e del 9c, ma per chi come me l’ha provata questa esperienza, il piacere di essere i primi a disegnare una linea invisibile su una parete in montagna, al di là della difficoltà, diventa una sorta di vanto con sé stessi che conduce l’attività arrampicatoria quasi esclusivamente in quel senso. Si rischia, come nel mio caso, di diventare dipendenti da quell’euforia e forse un po’ egoisti, tanto da voler dipingere tutte le pareti con la propria mano. Va detto comunque che, da questa smania di tanti pittori che hanno realizzato opere un po’ su tutte le montagne, si sono realizzati dei veri capolavori di itinerari alpinistici ripetuti da centinaia di appassionati, mettendo le basi per la crescita dell’alpinismo tutt’ora in evoluzione. Crescita che si è realizzata su tutti i gruppi alpini e che in ogni luogo ha avuto per ogni periodo i suoi più attivi esploratori ed apritori, come nel caso del circondario Agordino che negli ultimi trent’anni ha portato la firma da protagonista di Stefano Santomaso. Stefano l’ho conosciuto di persona solo l’anno scorso nella Valle di Schievenin dove ci siamo divertiti facendo due tiri in compagnia, e discutendo subito con affinità di vie nuove e dei Monti del Sole, montagne che entrambi amiamo. La prima impressione che ho di lui come alpinista, è di un arrampicatore sicuro di sé, che sa muoversi con equilibrio senza azzardare mai, che sa manovrare con la corda e gli attrezzi con disinvoltura ed esperienza. Mi appenderei con lui anche ad occhi chiusi. Lo rincontro poi recentemente, per tentare timidamente di conoscerlo meglio e presentarlo ai nuovi proseliti della montagna. Penso che la sua enorme esperienza vada tenuta viva per arricchire la nostra conoscenza e comunque per farci sognare ancora…

Stefano Santomaso è nato ad Agordo nel 1971, ed ha vissuto fino a prima di sposarsi a Farenzena, una piccola località posta sulle pendici del Framònt sopra Agordo. Il suo sguardo si è posato fin dall’infanzia su un corollario da fiaba, formato dalle maestose pareti delle Pale di S. Lucano e dagli infiniti e vertiginosi spigoli dell’Agner, per poi spaziare più a sud e perdersi sui contorti fianchi dei Monti del Sole e delle Alpi Feltrine. I primi passi sulle cime circostanti, fin da piccolo, con i genitori, nei momenti in cui la famiglia che seguiva i ritmi di una vita contadina, trovavano un momento di relax. Ora vive ad Agordo, con la moglie Mara e tre figli: Manuel di 18 anni, Martina di 15 e Silvia di 12, una famiglia bella e solare, con un animo forte e sincero come da tradizione montanara. Completa il bel quadretto la mole simpatica di un bovaro del bernese di nome Lares,  un cane affettuoso che Stefano considera come un quarto figlio.

2016 Moiazza Cima delle Sasse Apertura via Un paradiso perduto

2016 Moiazza Cima delle Sasse Apertura via Un paradiso perduto

La prima domanda che ti voglio fare, può apparire scontata e banale ma secondo me è fondamentale per far capire fino in fondo quale percorso hai intrapreso e da dove è nata una storia ricca di avventura come la tua. Cosa ti ha spinto verso il mondo verticale e quando e dove hai iniziato ad arrampicare?

La mia prima arrampicata è avvenuta sul terrazzo di casa, al terzo piano, quando avevo circa un anno e mezzo: mi sono arrampicato sul parapetto scavalcandolo e cadendo di sotto… Illeso! Un metro e mezzo di scalata e un volo di circa otto metri… Un inizio promettente?

Ho iniziato ad arrampicare sulla roccia da autodidatta giovanissimo, credo intorno ai dodici anni: a poche centinaia di metri da casa mia c’era la storica palestra di roccia di Agordo dei “Crodoloi” (grandi massi) così, tante volte per ammazzare il tempo (non c’erano poi tanti altri diversivi), ci andavo da solo e provavo a salire in cima a quei massi più o meno alti. Naturalmente di nascosto e in segreto perché la preoccupazione dei miei genitori era tanta: non erano passati così tanti anni dalle tragedie delle fatali cadute dei rocciatori Agordini: Gianni Costantini, Renzo Conedera e Gigi Decima, e l’alpinismo era considerato un’attività molto pericolosa, assolutamente da non fare!

Naturalmente quando veniva qualcuno ad allenarsi (al tempo non c’erano gli spit) io ero lì ad osservare, finché qualcuno si è impietosito e mi ha detto “vuoi provare?”. Da quel momento non ho più smesso!

Mi riconosco un po’ nel tuo percorso, solo che io ho avuto la sfortuna d’iniziare a 22 anni, sono maturato poi leggendo le storie dei grandi alpinisti del passato, nel tuo caso ci sono stati dei maestri o degli alpinisti di riferimento che ti hanno guidato nella tua crescita alpinistica?  

Ho avuto la grande fortuna di legarmi assieme alla generazione di alpinisti agordini che mi precedeva, tutti alpinisti molto forti un po’ più vecchi di me e da cui ho imparato molto; per tanti tanti anni ero considerato “el bocia” ed ero il più giovane della compagnia.

Lorenzo Massarotto era un liberista puro, da lui ho imparato a proteggermi con poco e il rispetto per la roccia, da Giorgio Anghileri la classe e determinazione, ma ero particolarmente affascinato dalle linee aperte dai trentini Graziano Maffei, Mariano Frizzera e Paolo Leoni che trovavo di una logica straordinaria. Anche Bruno De Donà concreto e silenzioso era un mito.

Hai iniziato anche tu nel momento in cui l’arrampicata sportiva stava gettando le sue fondamenta, com’è stato il tuo approccio con le prime salite a più tiri e poi con l’alpinismo vero e proprio?

Gli anni Ottanta erano un periodo di cambiamento radicale e molto florido per l’arrampicata e l’alpinismo dolomitico; ma non si aveva una gran consapevolezza sul reale impegno delle vie.  Così la mia prima via a più tiri, a sedici anni, è stato anche il mio battesimo del fuoco; ho ancora un ricordo lucido di quella salita, la via “Satanasso” sulla Parete dei Falchi a Soverzene (una via di Manolo e Gigi Dal Pozzo): il terrore che ho avuto nel salire quella via così alta e strapiombante progredendo come meglio potevo su chiodi legati con il fil di ferro.  Anche Lucertola Schizofrenica in Totoga, ha avuto il suo gran tributo di sudore per riuscir a guadagnare il boschetto sommitale! Oggi ci sono gli spit su quelle vie, ma un tempo nemmeno li vedevi i chiodi da distanti che erano!

Il salto poi al vero alpinismo e alle grandi pareti dell’Agner, Civetta e Pale di San Lucano è stato rapido ed immediato: a vent’anni avevo già ripetuto in giornata tutte le vie di Casarotto sulle Pale di San Lucano, le vie di Aste sugli Spiz d’Agner, alcune di Maffei in Vallaccia, tante vie di Massarotto

e anche molte vie nuove… Appena potevamo arrampicavamo sempre, muovendoci in perfetta simbiosi con le montagne che salivamo: i tempi di salita erano indicativi dello stato di grazia in cui ci trovavamo: 5 ore per la Cassin sulla Torre Trieste, 6 ore e mezza per la Casarotto alla Sud della Quarta Pala di San Lucano, 5 ore per il Casarotto-De Donà allo Spiz di Lagunaz. Tieni conto che noi non facevamo le gare ed erano prime ripetizioni di itinerari ancora selvaggi e per niente chiodati, credo siano ancor oggi buone tempistiche.

I numeri non sono importanti… Sono tanti anni che non tengo più un diario delle salite, circa una decina di anni fa ne avevo contate più di seicento… a oggi credo che saranno più o meno un migliaio, di cui tante prime ripetizioni.    

1992 Moiazza Campanil dei Zoldani apertura via Piccolo Denver

1992 Moiazza Campanil dei Zoldani apertura via Piccolo Denver

Impressionante! Sono tempi importanti, praticabili anche oggi, solo da chi va veramente. Immagino che con una marcia in più come quella, tu abbia fatto anche delle solitarie?

Le solitarie? Sono roba da duri… io sono un fifone! A dir la verità ogni tanto arrampico solo e senza corda, anche su qualche via nuova mi è capitato, ma è sempre stata una condizione derivata dall’emergenza di non avere il compagno più che una pianificazione vera e propria. In ogni caso su itinerari dove so di dominare bene il grado.

E dell’alpinismo invernale, cosa ne pensi, mi risulta che l’hai praticato, ma so poco di te in questo senso, mi vuoi raccontare qualcosa?

Se intendi invernali come usualmente si considerano tutte le salite fatta nella stagione invernale direi che ne ho fatte parecchie, intendo quelle con un bel sole e poca neve! Ma se parliamo delle invernali quelle vere, su pareti ombrose scalate con perennemente i geloni alle dita e gli scarponi ai piedi e zaini giganteschi, la mia attività si riduce notevolmente.

Ogni tanto quando ho voglia di soffrire un po’ e “autopunirmi” ci vado ad arrampicare a nord in inverno; in quello scorso per esempio con Toni Zuech ho ripetuto la Via Gogna sulla parete ovest del Campanil dei Zoldani e la via Angelina alle Torri del Camp. Direi che due vie all’anno sono una punizione più che sufficiente!

2017 Heinz Grill, Stefano Santomaso con dietro Martin Heib e Florian Kluckner – Moiazza Cima dei Mez e Mez via della Serpe

Capisco… lo sapevo che il tuo alpinismo ha come attività peculiare l’apertura di vie, affascina anche me, ne avrai aperte moltissime, cos’è che ti spinge in quel senso?

Ho fatto tantissime vie nuove, a oggi sono circa centotrenta ed ho iniziato da subito. Aprire è la mia specialità. Nelle vie nuove cerco sempre l’avventura più totale che a volte si manifesta dallo stile di scalata, altre volte attraverso la parete o l’isolamento della montagna. Una via nuova è la perfetta rappresentazione sulla roccia del nostro essere uomo. Quando apriamo una via sulla parete non è che scaliamo solo, ma ci trasportiamo parti di noi stessi: l’umiltà, la creatività, l’intuito, il coraggio, la determinazione ecc.. O anche cose negative come magari agitazione, aggressività o arroganza in tanti casi. Le vie nuove sono l’espressione di chi le ha create e anche talvolta lo specchio della società in cui viviamo. Anche la scelta delle pareti secondo me non è del tutto casuale; esiste sempre un fattore psicologico più o meno occulto. All’opposto, quando ripeti una via se sai cogliere le caratteristiche dell’arrampicata è come se andassi a conoscere l’apritore. Aprire una via è un’arte, come lasciare una traccia di noi nella montagna e nell’immensità del tempo. Non si può non esserne attratti!

So che le tue vie sono state aperte quasi tutte in modo tradizionale, con il classico chiodo per intenderci, e questo rende le tue opere ancora più impegnative da realizzare, ne hai qualcuna che ricordi in particolare per il grande impegno alpinistico?

Aprire una via con protezioni removibili, include sempre la possibilità di non riuscire a passare, c’è magari la paura di non riuscire a fare una buona sosta alla fine del tiro o c’è la consapevolezza di avere grandi difficoltà in un eventuale ritorno forzato. In quest’ottica ho ricordi importanti di vie impegnative aperte nei primi anni novanta con Gianni Del Din sulle pareti nord degli Spiz d’Agner Nord, sulla solitaria parete del Pizzon nei Monti del Sole si è incredibilmente soli, anche la friabile parete della Moiazza Sud è pericolosa e alpinisticamente impegnativa. “Ogni pane ha la sua crosta”, infatti in questi luoghi non ci va nessuno!

1990 Stefano Santomaso e Paolo Zasso Cima del Bancon via Da Roit-Gabriel

Ci sono comunque tante delle vie che hai aperto, che sono belle e su roccia compatta, qualcuna viaggia anche su difficoltà tecniche elevate, quali sono quelle a cui sei più legato o che comunque consiglieresti a tutti?

È una domanda difficile! Le vie sono come le donne, a non tutti piace la stessa! Sennò il mondo mica andrebbe avanti.

Non ho mai ricercato l’impegno tecnico in un nuovo itinerario; la difficoltà pura intesa come il raggiungimento del proprio limite che un po’ tutti ricercano al giorno d’oggi in parete, è solo un valore astratto a cui decidiamo di dare molta importanza. È l’aspetto matematico e razionale della scalata. Io che sono un “romantico” preferisco guardare di più l’estetica della via; come la via si sviluppa sulla parete e si inserisce nella montagna. Naturalmente lo stile di apertura è fondamentale. 

Forse la via che più mi rappresenta l’ho aperta sulla parete est della Quarta Pala di San Lucano “via Mario Tomè Barìza”, è una linea ideale su una parete selvaggia bellissima. Fare una salita accanto ad una via di Gogna e a una di Casarotto; cosa si può chiedere di più? È un’arrampicata fantastica ma non è proprio una via per tutti! Considerando gli standard attuali mi pare che la gente si diverta di più su pareti meno smisurate e su vie più chiodate, la Moiazza è ideale: a tutti proporrei vie come “Bracco Dream” sulla Torre del Camp, “Ritorno al Far West” sul Torrione dei Cantòi o per gli amanti delle vie ariose “Fantasma Giallo” dove recentemente Heinz Grill ha aggiunto alcuni chiodi per favorirne la ripetizione. Anche sulle pareti sud dell’Agner ho aperto molte vie meritevoli; consiglio lo spigolo sud della Punta del Nevaio, molto bello! Oppure per gli alpinisti più classici lo spigolo Est dello Spiz della Lastia, il Pizzetto Est… Potrei continuare a lungo con altre vie, altre pareti…

Non ne dubito ce ne sarebbero da riempire un libro, ne hai fatte davvero tantissime, a questo proposito quello che mi preoccupa, è che per le nuove generazioni resti poco o niente da fare, che l’alpinismo esplorativo sia ormai saturo, tu cosa ne pensi?

Per rispondere a questa domanda devo buttarla sul sentimentale… Anche un profano di alpinismo sfogliando una qualsiasi guida percepisce che le pareti più importanti delle Alpi sono ormai sature di itinerari. Al di fuori dei luoghi sacri della scalata, sfruttati e santificati già da oltre un secolo, la situazione è un po’ diversa; in generale diciamo che mettendo insieme fantasia e creatività con un po’ di sacrificio in termini di fatica sugli avvicinamenti si riesce ancora ad aprire vie importanti in giro con stile pulito. Attenzione però, la roccia non sarà inesauribile! Consiglio sempre ai giovani di avvicinarsi alle montagne con profonda umiltà e di entrarci in punta di piedi con un approccio del tutto minimalista, è uno stile del tutto controcorrente di questi tempi, ma è un vero atto di amore verso la montagna e l’alpinismo.

Questo responsabilmente consegnerà alle future generazioni dei territori d’avventura ancora validi qui vicino, senza necessariamente dover prendere un aereo per recarsi in una remota valle del Pakistan.

Via La serpe in tracciato verde

Sei l’autore di due guide alpinistiche del gruppo della Moiazza, due capolavori che raccolgono in modo dettagliato tutte le vie presenti, cosa ti ha spinto a realizzarle?

La Moiazza è la montagna che ho dietro casa, il gruppo dove ho arrampicato più assiduamente. Fino all’inizio degli anni Ottanta le notizie delle salite erano rare e frammentarie spesso oltremodo datate; dopo aver percorso quasi tutti gli itinerari ho sentito quindi l’esigenza di raccogliere tutto in una guida un po’ per una valorizzazione storica ma soprattutto perché, secondo me, le vie erano molto belle e meritevoli. Contemporaneamente c’era la voglia di proporre uno sviluppo alpinistico sostenibile evitando alle pareti chiodature sconsiderate troppo invasive. In quest’ottica ho tralasciato volutamente i settori più orientali perché mi sembravano avere peculiarità ambientali particolari e fragili che una massiccia frequentazione avrebbe potuto sconvolgere. È stato un lavoro impegnativo perché mi sono trovato aggrappato a una grande quantità di materiale da catalogare e spesso da verificare, qualche errore è stato inevitabile ma ne è valsa la pena.

Sapendo tutto quello che hai fatto in giro dopo l’ultima pubblicazione, mi viene naturale chiederti se hai altri progetti in quel senso.

Sì, ho diversi progetti in mente, di cui uno a cui tengo molto. È un lavoro autobiografico, sto raccogliendo idee e materiale, ma non sarà un lavoro che finirò nell’immediato. Spero che poi qualcuno scriverà per me l’ultima pagina.

Sono sicuro che presto vedremo qualcosa in libreria, mi piacerebbe chiudere questa chiacchierata sentendo un po’ quello che hai fatto recentemente, quali progetti hai per il futuro e se magari, te lo chiedo un po’ timidamente, potresti regalarci la relazione e lo schizzo di una tua via nuova inedita che valga la pena ripetere.

In questi ultimi anni sto vivendo una seconda giovinezza; oltre che ad essere continuamente stimolato ad arrampicare in montagna dai miei soliti inesauribili compagni di scalata, continuo a conoscere gente che viene da tutta Europa per scalare in Dolomiti e che passano a casa per un consiglio o delle informazioni sulle vie locali. Alcuni sono arrampicatori fortissimi che dopo aver ripetuto molte classiche estreme vorrebbero ancora qualcosa di più alpinistico… sono bramosi di avventura e pareti selvagge.

E poi, un forte stimolo per percorrere tante vie classiche che in passato non avevo fatto è stato avviare mio figlio Manuel, ormai diciottenne, alle scalate; la scorsa estate assieme a due ragazzi del Belgio, ci siamo permessi la ripetizione dello Spigolo Nord dell’Agner e un paio di nuove vie. Anche con Heinz Grill vado a scalare ogni tanto, lui è un grande, sta ripetendo a tappeto tutte le vie che ho aperto. Siamo buoni amici, arrampicare con lui è sempre un’esperienza importante e gratificante. La scorsa estate abbiamo aperto assieme a degli amici tedeschi una via sulla cima dei “Mez e Mez” in Moiazza, un itinerario bello tosto, che darà filo da torcere ai prossimi ripetitori. Quest’ultimo anno è stato molto prolifico, complice anche il tempo molto favorevole; sono riuscito a compiere un quarantina di salite in montagna di cui molte nuove ma ormai percepisco di non avere a disposizione ancora un tempo infinito per arrampicare, per questo cerco miei limiti di continuare il mio viaggio verticale.

Incastrato dai ritmi della vita ho provato ormai diverse volte a smettere di scalare ma, peggio di un tossicodipendente, non ci sono mai riuscito… è sempre arrivato qualcuno che mi ha detto: vuoi fare un tiro?

Via La Serpe, agosto 2017

By | 2018-02-07T20:02:49+00:00 7 febbraio, 2018|

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