La Patagonia di Matteo Della Bordella fra Bonatti, presente e futuro

Lui è Matteo Della Bordella. Il suo compagno, stavolta, è stato Silvan Schüpbach. Il campo di gioco è stato, come è facile immaginare, la Patagonia. Matteo e Silvan hanno aperto King Kong, una nuova via sul Cerro Riso Patron, ove nel 1988 Casimiro Ferrari, Bruno Lombardini ed Egidio Spreafico, avevano messo i ramponi per la prima volta nella storia. Cime lontane, remote, isolate. Ma che significano passione e sacrificio. Specie per i Ragni di Lecco, sempre più esploratori delle terre patagoniche. E Alpinismi ha voluto fare una chiacchierata informale con Della Bordella, proprio alla vigilia del suo ritorno in Italia, avvenuto lo scorso venerdì.

Matteo, mentre ti stiamo chiamando sei ancora dall’altra parte del mondo, se la confrontiamo all’Italia. Un’altra volta in Patagonia, un’altra volta in montagne quasi sconosciute: voi Ragni per storia siete incredibilmente legati a queste terre. Come mai? Cosa vi spinge così lontano?

Bisogna partire da una premessa. Che io sappia i primi alpinisti dei Ragni a fare spedizioni in Patagonia sono stati Walter Bonatti e Carlo Mauri nel 1958, quando andarono per la prima volta al Cerro Torre. Da lì è iniziata una lunga storia di tentativi, successi e anche fallimenti. E non bisogna dimenticare di certo tutte le salite di Casimiro Ferrari, che hanno fatto la storia di queste montagne, come il Torre nel 1974, o il Cerro Murallon nel 1984. E poi ovviamente questa tradizione è andata avanti, e negli ultimi anni si è continuato a parlare. C’è però una precisazione da fare.

Quale?

Fino al 2010/2011 non ho avuto la possibilità di andarci. Ma quando l’ho avuta, nel 2011, è iniziata la passione. All’inizio eravamo solo in due, non sapevamo bene cosa aspettarci, ma mi sono subito innamorato di queste montagne e di questa terra. Così, ho iniziato a tornarci, ogni anno, per un mese e mezzo o due, fino a quest’anno, il mio ottavo in Patagonia.

Ma cosa ti ha fatto innamorare?

Per me, sicuramente la sfida che rappresenta scalare ognuna di queste montagne. Richiede tantissime qualità diverse, sono vette bellissime, molto difficili dal punto di vista tecnico, dove però bisogna sottostare alle condizioni difficili dell’ambiente e della natura. E in Patagonia queste condizioni sono particolarmente accentuate. Per dirla in breve, non è che puoi tentare in ogni periodo dell’anno, quando vuoi tu. C’è anche una componente molto intensa di attesa, organizzazione, il tutto per tentare un’ascesa che molto spesso – in una stagione – è possibile sono in una o due finestre di bel tempo. È un fascino, quello della Patagonia, che è un mix di ambiente selvaggio, bellezza delle montagne e difficoltà nello scalare queste cime.

E com’è che scegliete le vette? Quelle con le possibili linee più eleganti o tecniche?

All’inizio sono stato nella zona più conosciuta, quella di El Chaltén, dove abbiamo scalato sul Torre, sulla Egger, sul Fitz Roy. E qui è più facile raccogliere informazioni, fotografie, qualunque cosa che possa essere utile alla progettazione dell’ascesa. Di conseguenza, la scelta in questa zona, quella più nota, è dettata dall’aver visto una linea, particolarmente bella e difficile. Come nel caso del Fitz Roy. È così che è venuta l’idea di provare a ripetere la Via dei Ragni sulla Est. Poi pian piano, andando sempre di più in Patagonia, abbiamo cercato di allargare il raggio d’azione anche a montagne meno conosciute, altrettanto belle, e che insieme a una componente tecnica sempre molto elevata, potevano garantire una forte componente esplorativa e difficoltà logistiche rilevanti. Un esempio? L’isolamento, come nel caso del Cerro Murallon, che ho avuto in mente per molto tempo. O come appunto il Cerro Riso Patron di quest’anno, che si trova in una zona ancora più isolata e remota delle altre vette patagoniche. E ce ne sono ancora tante di montagne da esplorare nella zona in questione, zona che mi affascinava proprio perché non l’avevo ancora conosciuta. Ed è molto bella l’emozione di poter scalare una cima ancora intonsa e di conseguenza vivere un’avventura ancora più grande.

Quali sono stati i momenti più duri di questa spedizione?

Per me il momento più duro, ormai l’ho imparato, è quasi sempre la partenza. Sai, la partenza è traumatica. Lasci la civiltà, lasci un certo mondo per andare incontro a un altro mondo. Specie in questa spedizione, la partenza è stata impegnativa. Pensa, durante il primo giorno di kayak, le condizioni meteorologiche ci sembravano buone, c’era solo un leggero vento contrario. E abbiamo fatto 50 chilometri, più di dieci ore di navigazione. Posso affermare con certezza che forse abbiamo esagerato un po’ (ride, ndr), specie perché non è che avessi molto allenamento di kayaking. Però ammetto che è una cosa che ci capita spesso nelle spedizioni.

E altri momenti difficili?

Sì, l’altro ci fu poco prima di scalare la parete del Cerro Riso Patron. Sapevamo che ci sarebbe stata una finestra di bel tempo, di circa due giorni, che seguiva però un periodo davvero poco piacevole dal punto di vista meteorologico. E così ci siamo detti: “Aspettiamo la fine del brutto tempo in tenda al campo base avanzato, così poi possiamo attaccare la parete prima possibile”. Eravamo consapevoli che le condizioni sarebbero state avverse, ma quando poi sei lì in tenda, bagnato fradicio e con il vento che ti sferza, ecco, non è mai il massimo…

C’è mai stato un momento in cui avete detto “okay, basta, non possiamo andare avanti, torniamo a casa che stavolta non gira”?

Mmmh, direi di no. Eravamo tutti e due molto convinti, molto determinati, volevamo portare a compimento questa salita. Anzi, ti dirò di più: durante l’ascesa sono anche caduto, che in realtà poi non è successo nulla di grave, dato che mi sono fermato sulla picca. Ma va beh, il punto è che eravamo super determinati sull’andare avanti. Nessun dubbio a riguardo.

Qual è stato l’aspetto logistico più difficile da organizzare?

Mah, considerando che questa è stata la prima spedizione in Cile, devo dire che forse la burocrazia è stata la cosa più terribile. Permessi, ispezioni, richieste. Me lo avevano detto, ma è stata comunque lunga e un po’ fastidiosa. Però oltre a quello, una volta che avevamo il materiale con noi, il kayak e tutto il resto, non ci siamo documentati molto di più. Ci piaceva anche un po’ l’idea di andare incontro a quello che questo posto e la sua cultura ci avrebbe offerto.

Ma quanto ci avete messo per avere tutti i permessi, per la macchina burocratica?

Abbiamo iniziato a settembre, quindi circa cinque mesi. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

Come avete passato i momenti di fiacca o il tempo libero, immaginiamo poco, considerando il viaggio in kayak? Quali libri leggevate, se li leggevate? Musica?

Guarda, sono onesto. Libri non ne abbiamo portati perché non ci stavano negli zaini.

Ma come? Ma non sapete che hanno inventato gli e-book?

(ride, ndr) Si, si, lo sappiamo. Ma non siamo così tecnologici. Però bisogna fare un’altra premessa.

Quale?

Non eravamo proprio da soli. Nella zona c’erano anche Fulvio Mariani, cineasta svizzero con il quale stiamo facendo un documentario che sarà sulle salite di Casimiro Ferrari, e Sebastián de la Cruz. E allora Mariani ci ha chiesto se poteva venire con noi per fare delle riprese. Ammetto che ero un po’ scettico, poiché volevamo fare tutto in solitaria. E allora abbiamo trovato un compromesso: “Se volete venire, deve essere tutto indipendente”, abbiamo spiegato. E così è stato. Sono arrivati un giorno dopo di noi, e il loro campo base era a dieci minuti di distanza da nostro. Però poi, quando sei lì, ogni tanto, nei tempi morti, i momenti si passano insieme. Specie i giorni di riposo, tre o quattro in tutto. È stata una spedizione “by-fair-means”, ma non integralista.

Con le dovute e precise differenze, tu e i tuoi compagni continuate a fare quello che faceva Walter Bonatti. Quanto c’è di suo nelle vostre esplorazioni?

Questa è la domanda che temevo di più, sono sincero. Ognuno ha il suo stile, partiamo da questo. Bonatti è una enorme ispirazione, ha fatto delle cose incredibili e c’è un’immensa stima. Però alla fine mi piace pensare che ogni singolo alpinista scriva un suo stile. Bonatti chiaramente viveva in un’epoca diversa, dove tutto era amplificato. Lì davvero eri il primo a esplorare, ad andare dove alcun uomo aveva mai messo piede. C’è poco da dire: ha compiuto delle imprese irripetibili nel contesto odierno. Ma mi piace pensare, come dicevo, che anche io e i miei compagni abbiamo un nostro stile che ci contraddistingue. Uno stile che si ispira ai grandi del passato che però è fondamentalmente diverso.

Ti sei salvato bene su questa risposta. Ma le domande più difficili devono ancora arrivare. Ecco la prima: quanto conta la rinuncia, il saper rinunciare, per te?

Conta, conta molto. Ma non deve arrivare troppo presto. Ma lasciami spiegare. È sempre difficile capire quando rinunciare. Secondo me conta saper ascoltare dei segnali che ogni tanto arrivano, come la paura. Sono segnali che ti dicono qualcosa e ti mettono di fronte a punti interrogativi che non si possono sottovalutare. D’altro lato, però, è anche vero che nell’alpinismo bisogna essere in un certo modo audaci, sennò non si va da alcuna parte. Non si può rinunciare alla prima difficoltà. Io penso che bisogna essere consapevoli di quello che si fa, dei pericoli che ci sono nell’attività che facciamo. Detto ciò, una volta che si ha questa consapevolezza, unita alla determinazione, è molto importante sentire i messaggi che ci manda il nostro organismo e, se è il caso, saper rinunciare.

A te è mai successo?

Sì, stavo per dirtelo. Ero sulla Torre Egger, con Matteo Bernasconi nel 2012. Ero caduto, avevo strappato diversi chiodi ed eravamo rimasti entrambi appesi a un friend. Lì, veramente, era troppo. Ci siamo guardati, abbiamo convenuto che non ce n’era e abbiamo deciso di rinunciare. E per noi, in ogni caso, il successo è stato poter vivere quest’esperienza intensissima, e poter tornare a casa per raccontarla, farne tesoro, e tornare l’anno dopo con una maggiore consapevolezza di fondo. Nessuno di noi ha vergogna a dirlo, anzi.

Ma senti, tu hai parlato di paura. Ma intendevi paura o panico, visto che sono due cose ben diverse?

Intendevo precisamente la paura. Tu devi ascoltare la paura, ma mai arrivare a percepire il panico. Mai arrivare a quella fase. Il panico è un’altra cosa, è la fase dopo la paura. La paura è normale, o come diceva Riccardo Cassin “la paura è l’anticamera della prudenza”. Se arriva il panico mentre sei appeso a una parete patagonica di mille metri, una soluzione la devi trovare in ogni caso, ma bisogna sempre prevenire che si tocchi questo punto.

Ultima domanda difficile, oltre che molto personale. Perché vai in montagna?

Huh, domanda difficile davvero. Vado in montagna perché mi fa sentire, tra virgolette, soddisfatto. Mi dà qualcosa, mi sento realizzato quando ci vado. È vero che per molti ad andare in montagna non si fa nulla, siamo i “conquistatori dell’inutile” come scriveva Lionel Terray, in fin dei conti, no? Però a livello personale, è una cosa che mi fa sentire bene. Una sensazione bella, come quando porti a termine un lavoro, un obiettivo, su cui hai investito tante energie. È come la chiusura di un cerchio, al di là che mi piace stare immerso nella natura e mi piace il gesto arrampicatorio. In modo più ampio, però, l’andare in montagna fa sentire soddisfatta la mia persona. Sono emozioni positive che mi piacciono, insomma.

Ultimissima domanda. Qui negli USA si discute da molti mesi sulle iniziative del presidente Donald Trump contro i National Monuments. E scalatori e ambientalisti vogliono invece preservare la wilderness statunitense. Tu pensi che ci posso essere una nuova consapevolezza sulla wilderness, a seguito di questi movimenti popolari?

Penso di sì, considerando che negli ultimi anni la consapevolezza sulla tutela dell’ambiente è già aumentata in modo considerevole. L’ideale è che non ci sia questo grande problema e che la wilderness continui a esistere in modo incontaminato e che la gente la rispetti a prescindere. Però a fronte del fatto che si arrivi al punto che Trump vuole ridurre i parchi, penso che la miglior contromisura sia quella di cercare di ripristinare legalmente le aree sotto attacco, o creare altre zone protette. Certo, l’idea del parco naturale americano non è proprio quella che preferisco, ma se l’alternativa è la distruzione, qualunque cosa che preservi l’ambiente va bene.

(Tutte le foto sono di Matteo Della Bordella e Silvan Schüpbach).

By | 2018-03-19T16:42:08+00:00 19 marzo, 2018|

Un commento

  1. Graziano Grazzini marzo 20, 2018 al 10:47 am - Rispondi

    Complimenti agli alpinisti che hanno portato a termine questa impresa. Bravi dal cuore. Graziano Grazzini

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