Formiche Rosse, quei ribelli delle pareti

Rilanciamo l’articolo sulle Formiche Rosse, scritto per In Movimento, inserto mensile del Manifesto.  Numero di dicembre 2017

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Tutto ha inizio come una cena tra vecchi amici. Giusto il tempo delle presentazioni, poi tra una birra e qualche risata affiora uno dei periodi più travagliati della storia italiana, e al contempo età d’oro dell’alpinismo moderno. Al tavolo, in un locale poco fuori Feltre, in provincia di Belluno, incontriamo dei rocciatori che per quasi un decennio hanno imposto il loro modo di andar per crode, lasciando il segno in parete ma anche nella società in cui si sono trovati a crescere.

Sono Roberto “Bob” De Bortoli (classe ’57), Aldo Bortolot (‘54) e Diego Dalla Rosa (’52), nati e cresciuti ai piedi delle Dolomiti, a Feltre, città dalla quale negli anni si sono allontanati, ma poi puntualmente vi hanno fatto ritorno. Ad un certo punto si sono trovati addosso l’appellativo Formiche Rosse, formazione composta anche da un quarto elemento, tale Maurizio Zanolla in arte “Manolo”, classe 1958. Saranno loro quattro il nocciolo duro di una generazione di feltrini ribelli, capaci di attirare decine di giovani alpinisti, dalla Valbelluna al Primiero, allo stesso modo ostinatamente «contrari a tutto, a prescindere», così come puntualizzano da subito. Ma andiamo con ordine.

È l’inizio degli anni Settanta, scuole, università e fabbriche sono in fermento. Nelle aule occupate riecheggia la passione che ha animato la contestazione studentesca del Sessantotto. Le piazze stanno diventando campi di battaglia tra fazioni di estrema sinistra, gruppi di estrema destra e forze dell’ordine.  Le lotte sindacali annunciate dall’Autunno Caldo inaugurano gli Anni di Piombo, e lo scorrere del tempo è scandito dalle stragi, da una violenza che ancora oggi è impressa nella memoria collettiva.

Diego Dalla Rosa e Roberto “Bob” De Bortoli

L’attenzione dei media guarda alle grandi città italiane, ma l’irrequietudine è nell’aria anche in Valbelluna. Il Centro Iniziativa Politica di Feltre alimenta le mobilitazioni studentesche, imponendo lunghi periodi di blocco ai corsi, alla città stessa. Piazza Isola diviene Piazza Rossa, una “no fly zone” presidiata di giorno in giorno da decine di ragazzi e ragazze in uno stato di protesta permanente. «Ci sono persone di Feltre che a piazza Isola non hanno messo piede per almeno 5 anni» spiega Aldo Bortolot. Qui i membri delle Formiche Rosse partecipano a un’azione collettiva che punta a stravolgere dal basso modelli di vita imposti, le istituzioni in cui non si riconoscono.

«Il movimento studentesco di Feltre era il più forte in provincia» continua Diego Dalla Rosa, che durante gli studi in biologia a Milano, per un breve periodo ha fatto parte dei Katanga, il servizio d’ordine di Lotta Continua. «Ci sono stati periodi con mobilitazioni importanti, scuole completamente bloccate e diversi arresti di persone della nostra cerchia». Uno degli episodi più noti risale alla giornata delle Forze Armate, il 4 novembre 1971, quando «dei compagni erano stati arrestati nelle strade di Feltre mentre esponevano manifesti contro il militarismo. Dopo questo episodio abbiamo bloccato per giorni le scuole».

Uno dei modelli seguiti dalle Formiche Rosse è stato il veneziano Toni Zamengo, professore di inglese all’Istituto tecnico “Negrelli” di Feltre, che con lo pseudonimo “Ta Nek” e il marchio “Editore Nessuno”, nel 1966 ha pubblicato Discorsi randagi, Poema randagio e Cani Randagi, alla storia come il “Trittico dei randagi”.  Zamengo, assieme ad altri tre o quattro professori di Feltre ha incarnato la lotta di classe. «Lo ricordo come fosse ieri» racconta Roberto De Bortoli «quando è entrato in classe ci siamo alzati tutti, all’epoca si usava fare così. Lui si è fermato e ci ha chiesto se fossimo abituati ad alzarsi con i bidelli o i compagni. Sentito il nostro “no” ha replicato dicendo che il saluto era per tutti o per nessuno, senza distinzioni. Questa è stata la sua prima lezione di inglese».

«Rifiutavamo i modelli imposti in ogni loro forma» sentenzia Aldo Bortolot. Ciò riguardava anche la montagna, a partire dall’istituzione per antonomasia: il Club Alpino Italiano. Per le Formiche Rosse quelli del Cai erano gli “inquadrati”, persone che accettavano di vivere l’autenticità e la libertà della montagna attraverso regole prestabilite, con un atteggiamento “istituzionalizzato”. Per l’epoca era troppo, quindi anche la “libera associazione” fondata da Quintino Sella ai loro occhi libera non lo era affatto, perciò finiva dalla parte opposta della barricata, assieme a tutto il resto. Alla domanda “perché no il Cai?” risponde chiaramente De Bortoli: «non era un problema del Cai, la domanda sarebbe perché no la scuola? Perché no i carabinieri? Perché no la famiglia? … perché no tutto? Ci si opponeva a tutto»

Concetto ribadito anche da Manolo: «in città, a Feltre cercavamo di scrollarci di dosso le regole imposte da un sistema che ci stava profondamente sulle scatole, soffocante e che volevamo ribaltare» spiega «poi, quando ci siamo accorti che era impossibile in quanto tutto attorno stava crollando, a quel punto abbiamo scelto un luogo, la montagna, dove le regole erano dettate dall’ambiente. Tutte le altre, quelle portate dall’uomo le abbiamo ignorate, o comunque in parte stravolte attraverso la nostra etica».

Anche lui, il “Mago” ha condiviso con le altre Formiche Rosse le privazioni della Valbelluna, e allo stesso modo ha cercato di reagire. «Ci opponevamo a qualsiasi cosa. Anche durante la mia esperienza in fabbrica, da ragazzo, mi rifiutavo di indossare la tuta blu per non essere incasellato. In nessun modo accettavo di farmi imbrigliare», figuriamoci in montagna. Ecco che le Formiche Rosse danno avvio a un quadriennio di prime ripetizioni, anche in inverno, nuove aperture e alcuni exploit che univano la ribellione dell’epoca a un approccio estremamente severo. Il tutto avveniva con l’incoscienza dell’età, unendo ai rischi oggettivi dell’arrampicata, l’attitudine delle Formiche a spingere sull’acceleratore, magari finendo in pasticceria a giocare a tennis con i bignè al cioccolato, o peggio buttandosi in parete avendo alzato un po’ troppo il gomito, magari slegati.

Eloquente il ricordo di Manolo, ancora legato ai compagni dell’epoca: «sono stati i miei maestri. Assieme ad Aldo ho affrontato la mia prima via in montagna, con Diego la seconda, mentre con il Bob non arrivavo mai all’attacco della parete perché l’ultimo bar era fatale». Scherza, pensando alle prime avventure sulle Pale di San Martino, sulle Dolomiti Feltrine o nei Monti del Sole.

Da sx a dx Aldo Bortolot, Diego Dalla Rosa e Roberto “Bob” De Bortoli

In realtà saranno proprio lui e De Bortoli ad aprire una nuova difficile via sul Dente del Rifugio, nel marzo 1975, divenuta all’epoca la più severa delle Pale.  «È stata la mia prima via nuova. Il Bob ha avuto la visione, poi siamo andati. A quei tempi la scala delle difficoltà era ancora chiusa, sarebbe stato arrogante sostenere che il grado era un altro, quindi ci siamo limitati a dire che ci sembrava un po’ più dura dei VI dell’epoca. Ma con il senno di poi, la Serantini aveva un carattere totalmente diverso», conclude Manolo. Una salita ardita, nella concezione e nel nome, parola del Bob «l’abbiamo dedicata all’anarchico Franco Serantini, assassinato dalla giustizia borghese».

Intitolare una via a un anarchico? Portare idee simili nella sacralità della montagna, dove le vie del recente passato prendevano i nomi di Paolo VI, Italia 61, Madonna Assunta…? Questo costò alle Formiche Rosse diverse critiche da parte del Cai, dove, come ricorda con ironia Dalla Rosa «ci prendevano per bombaroli tanto che nel ‘72 quando alcuni di noi si erano iscritti per un periodo alla sezione locale, si era diffuso il timore che volessimo tentare una sorta di colpo di stato».

La sfrontatezza delle Formiche Rosse è divenuta immortale nel 1977, quando Aldo Bortolot e Diego Dalla Rosa aprono sulla parete nordovest della Cima del Bus del Diaol (Monti del Sole) la via “Ulrike Meinhof” (IV+, V+ e A1. VII in libera, ripetuta anni dopo in solitaria da Manolo, slegato). La dedica alla nota terrorista tedesca della Rote Armee Fraktion (RAF), morta impiccata l’anno prima in un carcere di Stoccarda, attirò nuovamente le aspre critiche degli ambienti del Cai.

Episodi eclatanti a parte, l’attività alpinistica delle Formiche Rosse ha preservato il rigore dell’approccio fino al termine degli anni Settanta, quando i vari membri del gruppo hanno preso strade differenti. Il legame tra loro tuttavia è rimasto, al pari di decine di realizzazioni che attendono di essere riscoperte dagli alpinisti odierni. In questi 40 anni si è preservato anche il messaggio insito nel loro approccio, tanto essere ancora oggi riconosciuto e rispettato in Valbelluna, dove Aldo, Diego, Roberto e Manolo per molti saranno sempre Formiche Rosse.

By | 2018-03-31T12:52:38+00:00 29 marzo, 2018|

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