Da soli in inverno, quando l’alpinismo è pura avventura

Alcune storie di grande alpinismo invernale ripercorse in pezzo scritto per In Movimento, inserto mensile del Manifesto. Numero di marzo 2018

Affrontare una via alpinistica in inverno, magari in solitaria e su una parete nord, non è forse questa l’essenza dell’alpinismo? Là dove in estate si riesce a salire con relativa facilità, nella stagione fredda tutto cambia e si complica. La presenza di neve e ghiaccio, poi il freddo, rendono i gesti più delicati e faticosi, trasformano il facile in difficile. Le soste e i chiodi scompaiono sotto la neve assieme ad appigli e appoggi. Le fessure intasate impediscono di proteggersi a dovere e la progressione risulta lenta, spesso in punta di ramponi. A questo si sommano difficoltà di accesso, il moltiplicarsi dei pericoli oggettivi come valanghe, scariche di ghiaccio o il cedimento di cornici di neve. C’è poi l’isolamento, quindi il fatto di trovarsi in un ambiente complesso, con giornate brevi che impongono uno o più bivacchi, da cui sacchi pesanti da trascinare verso l’alto.

L’insieme di questi elementi rende l’alpinismo invernale quanto mai affascinante, seppure limitato a una stretta cerchia di persone preparate e disposte ad affrontare il rigore di una parete gelata. Pratica poco o per nulla di moda, soprattutto nell’era dell’edonismo dell’arrampicata sportiva, ma forse per questo merita di essere conosciuta e raccontata. Doverosa una premessa: quanto segue non è un trattato di storia, ma un semplice viaggio a tappe tra le imprese che più si sono impresse nella memoria di chi scrive, avido lettore di “cose invernali”. Sarebbero molte le vicende da raccontare, dovendo però operare delle scelte, ci siamo limitati ad alcune delle più significative, realizzate in solitaria, nelle Alpi. Alla cordata siamo riusciti a legare, seppur brevemente, due tizi che di scorribande al freddo, da soli, ne hanno fatte parecchie. Sono il feltrino Pierangelo “Pier” Verri e Ivo Ferrari di Treviglio, alpinisti che ormai si ostinano a relegarsi tra i «troppo vecchi per», anche se in realtà qualche colpo in canna ce l’hanno ancora.

“Per praticare l’alpinismo solitario occorre essere carichi psicologicamente, essere convinti e avere un morale alto, anche perché gli scoramenti non sono infrequenti” spiegava Renato Casarotto, forse il più grande scalatore invernale di sempre. Il passaggio dell’alpinista vicentino è inserito nelle pagine di “Alpinismo d’Inverno, storie all’ombra di grandi pareti” (Alpine Studio), raccolta di imprese invernali curata da Ivo Ferrari e dedicata all’amico Marco Anghileri, scomparso nel marzo 2014 quando, da solo, era ormai uscito dalla difficile Jöri Bardill, linea aperta nel 1983 sul Pilastro Centrale del Freney (Monte Bianco) da Michel Piola, Pierre-Alain Steiner e Jöri Bardill. Anghileri appunto, autore di straordinarie avventure nella stagione fredda, come la solitaria della famigerata Via dei Bellunesi (Miotto-Bee-Gava, luglio ‘79) sullo Spiz di Lagunaz (Pale di San Lucano), salita in quattro giorni nel marzo 2012, inclusa la discesa in doppia lungo il diedro Casarotto-Radin.

«Secondo me Renato Casarotto è stato il più grande in assoluto in inverno» commenta Pier Verri «ma sono rimasto molto colpito da Marco Anghileri, per la sua solitaria della Sollder-Letenbauer in Civetta (gennaio 2000 ndr) e soprattutto della via dei Bellunesi in San Lucano. Bassa quota, poca neve, ma ambiente difficile e via molto dura. Un altro grande exploit è stato quello di Fabio Valseschini, da solo sulla via dei Cinque di Valmadrera». Era febbraio 2011 quando il lecchese Valsechini, con 7 bivacchi in parete è riuscito a ripetere una delle vie simbolo della Nordovest del Civetta, aperta nell’inverno ‘72 da Giovanni Rusconi, Gian Battista Crimella, Antonio Rusconi, Gian Battista Villa e Giorgio Tessari.

A sinistra del Piano Inclinato, sullo Spiz di Lagunaz sale la difficile Via dei Bellunesi. Ancora più a sinistra, lungo il diedro in ombra, la Casarotto Radin. Foto Emanuele Confortin

L’importanza dell’impresa dei Cinque di Valmadrera va oltre quei 1350 metri di sviluppo, o le difficoltà di VI+ e A3, ma sta nella concezione: apertura di una via nuova su una parete molto impegnativa, in inverno. Rigore assoluto quindi, adottato anche da un altro fenomeno del secondo dopoguerra, Walter Bonatti. Nel 1965, all’età di 35 anni, Bonatti decide di chiudere con l’alpinismo estremo lasciando un segno indelebile. In quattro giorni riesce ad aprire una difficile via sulla parete Nord del Cervino, in solitaria. Era il 1965 e l’impresa dell’alpinista bergamasco diviene una pietra angolare nell’evoluzione della scalata nella stagione fredda. La sua visione lo porta a realizzare una nuova apertura, su una delle più temute pareti nord dell’epoca, in solitaria e in inverno.

Nella stessa epoca (1967) sarà René Desmaison, noto come il “Bonatti francese”, a riuscire nella invernale del Pilone Centrale del Freney, sul Monte Bianco, assieme a Robert Flematti. Salita che qualche anno dopo probabilmente ispirò il vicentino Renato Casarotto, autore di una delle più entusiasmanti – e drammatiche – invernali di tutti i tempi.

È il 1982 quando Casarotto parte per il trittico del Monte Bianco. Ben 15 giorni in parete, da solo, in pieno inverno, senza contatti con l’esterno, senza radio, con tutto il materiale necessario contenuto in uno zaino da 40 chili. La linea scelta è di gran classe. Il 1 febbraio attacca la via Ratti-Vitali sull’Aiguille Noir de Peuterey, cui segue la complessa discesa e lo spostamento sul ghiacciaio fino ai piedi del Picco Guglielmina, dove dal 7 al 9 febbraio sale la via Gervasutti-Boccalatte. La salita proseguirà quindi lungo la celebre via Bonnington sul pilastro del Freney, sopravvivendo a giorni di bufera e condizioni al limite. L’ingaggio totale terminerà il 15 febbraio, raggiungendo Chamonix.

Sempre a Ovest delle Alpi, ancora su una grande parete nord, dal 7 all’11 gennaio 2006 il compianto fuoriclasse svizzero Ueli Steck ha ripetuto la via The Young Spider, da lui stesso aperta nel 2001 assieme a Stephan Siegrist. Difficoltà di 7a/A2, 6 su ghiaccio (WI) e M7 spalmate su una parete di 1800 metri. Ne è uscita una grande impresa che unisce le difficoltà tecniche all’isolamento estremo di una solitaria in inverno, il tutto sulla temuta nord dell’Eiger, con 50 chili di zaino al netto dello straordinario talento di Steck, che in alcuni tratti è riuscito a progredire per soli tre tiri di corda in un giorno.

Dalle grandi nord a una celebre sud, la Marmolada, dove, quasi all’insaputa di tutti, dal 24 al 27 febbraio 1983 il fuoriclasse di Villa del Conte, Lorenzo Massarotto ripete la difficile Canna d’Organo a Punta Rocca. Venticinque lunghezze su 1100 metri di parete, con difficoltà fino al VI, aperte nell’agosto del ’65 da Armando Aste e Franco Solina. Poche settimane prima, dal 31 gennaio al 4 febbraio Massarotto aveva “saggiato” un’altra linea di Aste e Solina, con l’aggiunta di Josve Aiazzi (1963, VI): la via Faustino Susatti sullo Spiz d’Agner Nord. In questo caso il “Mass” supera i 1000 metri dello spigolo Nord Ovest lottando in condizioni di forte innevamento, dopo due precedenti tentativi arenati con la neve alla vita, sotto il peso di un saccone da 30 chili. La cronaca della salita è narrata nell’opera di Ivo Ferrari, altro grande frequentatore della Valle di San Lucano, che qui ha ripetuto da solo l’eterna via Jori (Francesco Iori, Arturo Andreoletti e Alberto Zanutti, 14-15 settembre 1921). Si tratta della prima via della parete Nord del ciclopico monte Agner, 1500 metri di rocce incrostate di neve e ghiaccio, superate da Ferrari da solo, a fine dicembre 2001, dichiarando di «di aver superato la soglia della sua sicurezza, arrivando a percepire, la paura che mi usciva dalle orecchie».

Difficile immaginare cosa significhi arrampicare a nord, in inverno. La neve di giorno si scioglie e di notte ghiaccia, rivestendo di vetro scivoloso fessure e placche, rendendo necessario ripulire appigli e appoggi. Queste le condizioni in cui si è trovato a scalare Pier Verri il 20 e 21 febbraio 1995, quando da solo ripete la via KCF sulla Nord della Rocchetta Alta di Bosconero. Via severa, aperta nel luglio 1970 da Rudiger Braumann e Jurgen Vehse, 500 metri con difficoltà elevate, fino al VI+ e A1 (VII+ in libera). «La ricordo come la mia invernale più impegnativa» spiega Verri «l’avvicinamento lungo, ho portato 20 chili di materiale all’attacco battendo la traccia, poi il primo tiro era completamente vetrato, così come la parte sopra il diedro giallo». Come si diceva, le parti più “facili” quindi inclinate, in inverno cambiano pelle divenendo insidiose, forse più dei tratti più duri «tralasciando il freddo, sul difficile o sugli strapiombi si arrampica tecnicamente come in estate, con le scarpette. Dove la roccia si appoggia e c’è neve, si prosegue più lenti, si è costretti ad inusuali contorsioni in precario equilibrio, impiegando una tecnica che si acquisisce solo con l’esperienza».

Dopo un bivacco all’attacco e un altro poco sotto la vetta, la ripetizione si conclude nel migliore dei modi. Un’impresa nata quasi per scommessa, tra il Pier e l’amico Mao, geloso custode di un vino raro, ambito, quindi messo in palio, ben cinque bottiglie di “nettare”, se la prima solitaria invernale della KCF fosse andata a buon fine. Così è stato, quindi 5 a 0 per Verri, e alla salute.

By | 2018-04-06T20:19:41+00:00 6 aprile, 2018|

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