Finale ’68 al Trento Film festival, intervista quasi seria da scrittore a registra

È una storia di amicizia e di avventura, vissuta con gli occhi di due giovani alpinisti liguri: Michele Fanni e Gabriele Canu. Il primo scrittore e apprezzato collaboratore di questa testata, l’altro regista e alpinista di livello. Entrambi innamorati della loro Finale, si, proprio quella Ligure, cui hanno dedicato più di un anno di energie e lavoro, arrivando appunto a un libro “di pietra e pionieri, di macchia e altipiani”, scritto da Michele (Montura Editing) e il film documentario “Finale ’68, di pietra e pionieri, di macchia e altipiani”, diretto da Gabriele Canu, entrambi presentati nel corso del Trento Film Festival.

Abbiamo chiesto a Michele di tornare sul loro progetto, e con piacere pubblichiamo l’intervista che è riuscito a “strappare” all’amico Gabriele, tra una risata e “cose serie”, ecco la lunga conversazione di due amici legati dalla loro Finale Ligure.

”Il sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole.” – Ennio Flaiano

Lo so, con la storia di Finale ‘68 vi ho già tediato a sufficienza in passato, ma non preoccupatevi: ho deciso di continuare a farlo!

Soprattutto dopo che, un bel mattino di qualche settimana fa, giunge attraversando l’etere una magica lettera nella quale si comunica che il nostro bel filmetto ha superato la selezione del Trento Film Festival e quindi andrà a far parte della 66esima edizione di questa incredibile kermesse.

Ed anche il nostro libretto Di pietre e pionieri, di macchia e altipiani verrà presentato all’interno del programma del festival… ‘nsomma, come vincere alla lotteria! Per  aiutarvi a capire qualcosa in più a proposito di questa faccenda ho deciso di sommergere il buon Gabriele (sedicente regista) di domande indiscrete e faziose, volte quasi esclusivamente al mettere la sua persona in gran difficoltà. Tutto questo forse non sarà utile a spiegare cosa sia davvero Finale ‘68, ma potrebbe, a suo modo, lasciare una piccola traccia di cosa  abbia voluto dire, per noi, inseguire un sogno…

Cominciamo subito con una domanda filosofica: chi è Gabriele Canu?

Ma la prima domanda di un’intervista non dovrebbe essere facile per mettere a suo agio l’intervistato? Belìn, son già in difficoltà… Mi rendo la vita più facile e cito una cara amica, che una volta mi ha definito “Alpinista, informatico, filmmaker, grafomane e un po’ poeta”. Non so se mi ci ritrovo del tutto, però sembra una bella definizione e in poche parole un po’ l’idea la rende, esagerando i pregi ed evitando accuratamente di parlare dei mille difetti. Un buon compromesso con l’autostima…

Prima di decidere incautamente di prendere una cinepresa in mano che cosa combinavi nella vita? Ce l’avevi una vita?

Avevo una vita, così a memoria… ma era un po’ incasinata. Da quando ho preso la cinepresa in mano invece tutto si è stabilizzato in un perfetto equilibrio interiore… (si spancia dalla risate, nda). Per quindici anni ho giocato a fare il tecnico informatico, combattendo con PC inermi e indifferenti ad ogni emozione. Avevo bisogno di più emozioni. Ora che ho lavorato a questo progetto, esagerando con quelle, se non altro ho deciso chiaramente cosa voglio fare nella vita: capire che strada prendere. D’altra parte la vita è bella perché è così, un po’ a caso… no?

Ecco, perché  un giorno ti sei svegliato con il desiderio di impiastrare pellicole o meglio schede di memoria? Insomma chi te lo ha fatto fare?

“Chi me lo ha fatto fare…”, è la domanda giusta! Qualche anno fa avevo una fidanzata che ha iniziato ad occuparsi di video. Spesso mi parlava delle  cose che combinava e io ero stufo di rispondere: “Si, bello, figo!” senza sapere manco di cosa stesse parlando. Un giorno ho deciso di iniziare a leggere qualcosa al riguardo, e poi piano piano mi sono preso bene per la questione. Son sempre stato un curioso e questo campo mi sembrava davvero interessante e stimolante. Questo è successo nel momento in cui iniziavo a non aver più voglia di fare l’informatico… forse era il momento giusto, ecco. Così ho provato a cacciarmi in qualcosa di diverso… Chiaramente l’informatica è un campo molto tecnico, dove certo conta l’intuizione, ma le regole sono ben precise… probabilmente è così anche nel cinema suppongo… (e intanto cerca con occhio bovino conferme da me su quanto appena blaterato, nda).

Però di per sé nel mondo dei video c’è più creatività. Ero stufo di rispondere a chiamate di clienti che mi interpellavano perché avevano un problema… diamine, anche io avevo dei problemi, e parecchi, ma non è che andassi a rompere gli zebedei a loro! Avevo bisogno di qualcuno che mi chiamasse per dirmi “Io voglio fare questa cosa qui”… insomma qualcosa con un approccio completamente differente.

I maligni sostengono che la tua cultura cinematografica sia un po’ risicatuccia; a parte i film con Bud Spencer e la saga Fantozziana, quali sono i tuoi modelli di riferimento?

Sicuramente Don Camillo, tutta la saga di Don Camillo, tutti e sei gli episodi. Devo ammettere che l’unico che ho un po’ trascurato è il settimo, quello con Terence Hill, perché per quanto io lo adori per la sua  carriera spaghetti western, in quella veste non ci azzeccava molto… Don  Matteo se andiamo a vedere è quasi un remake. E l’ironia di Fernandel è inarrivabile…

Poi ho visto sicuramente Forrest Gump, perché mia sorella mi aveva regalato la videocassetta. Mi vengono in mente Salvate il soldato Ryan, Trainspotting, Chi ha incastrato Roger Rabbit… pochi ma vari. E poi penso di non aver visto molto altro. A parte tutti i cartoni, chiaramente: da Robin Hood a Nemo passando per La spada nella roccia, credo di averne saltati ben pochi. Tornando ai film, negli ultimi tempi mi sono lanciato su qualcosa come Il buono, il brutto e il cattivo o giù di lì, mi hanno detto che è famoso e che non potevo non averlo mai visto…ma d’altra parte è uscito da poco nelle sale,; non ho troppo tempo per star dietro alle novità!

Una domanda tronfia: che cos’è il cinema per te? Che ruolo ha nella società?

Tenuto conto della mia precedente risposta, trovo la domanda inopportuna e tendenziosa. Non so cosa sia il cinema, sicuramente un luogo che mi ha visto pochissime volte… Ah aspetta, ero andato a vedere Il Libro della Giungla con mio papà, tantissimi anni fa. Beh, che bello! e poi mi pare di ricordare S.P.Q.R. Mette male definirmi un fan dei Vanzina, però c’era Anna Falchi, Ça va sans dire…

Provando a dire qualcosa di serio, anche alla luce di Finale ‘68, posso dire che per me è stato un modo per trasmettere un messaggio. Con altri strumenti non sarei stato ugualmente in grado di essere così trasparente e chiaro, attraverso il film mi è stato più semplice. E’ bello riuscire in qualche modo, anche nella semplicità e senza grandi sofisticazioni ad emozionare.

Leggendo sulle riviste di settore (non specifico quale settore…) ho scoperto che da anni vivi un rapporto assai tormentato e conflittuale con il gentil sesso; ecco, pensi che questo tuo problema possa aver influenzato il tuo sguardo sul cinema? È noto che per esempio Fellini senza le donne non sarebbe stato lo stesso… Gabriele Canu invece?

Che domanda difficile… (mi guarda con aria disperata, nda). Nel caso specifico di questo film direi di no, perché protagonisti sono due ometti, che a me tra l’altro non piacciono. Magari per il futuro ne riparliamo.

Un noto critico cinematografico ha scritto: “Canu sta alla regia, come Fabio Volo sta alla letteratura”, cosa credi che volesse intendere? Vuoi replicare a tale presa di posizione?

Anch’io ho sentito queste voci, ma non mi pare provenissero da un critico… piuttosto da qualcuno più vicino alla produzione (e mi guarda con astio, nda). In realtà il paragone mi lusinga parecchio, anche perché ricollegandomi alla domanda precedente pare che Fabio Volo abbia grande successo con le donne… e la cosa mi sembra quantomeno interessante. Volo forse non è la punta di diamante della letteratura italiana, almeno così sento dire… io non posso certo dirlo, già non guardo i film, secondo te mi metto a leggere libri? Ho letto qualche suo stralcio giusto per curiosità e mi sembra tutto sommato uno scrittore non privo di qualche buon messaggio, seppure in uno stile molto “facile”. Ma anche questo docufilm lo è. E non ci trovo nulla di male, se riesci a trasmettere un buon messaggio, magari anche a volte un po’ scontato, ed arrivare alla gente “comune”… io mi dico, perché no?

Per il tuo cinema è stata coniata l’etichetta “G.A.P. Style”. Ci vuoi spiegare meglio che cosa si intenda con questo termine?

Eh… Il GAP era un gruppo creato originariamente insieme ad uno degli attori del film, legato al nostro modo di andare per monti. Forse però, non solo per i monti…più una sorta di stile di vita, una contrapposizione al preconfezionato. Oggi quando su internet esce una relazione di qualche via, magari nuova o magari sino a cinque minuti prima completamente dimenticata, tutti si lanciano su quella linea… 10 cordate in coda, quando magari sulla parete di fianco ci sono 30 itinerari bellissimi, ma sconosciuti… Nessuno ha voglia di andare a cercare, non c’è tanto desiderio di avventura oggi. Tendenzialmente in montagna si va più volentieri verso la logica dell’helisky che non del “gran culo”… Anche le grandi classiche degli anni ’30 si ripetono solo dopo che qualcuno è andata a provvedere alla nostra sicurezza, quando cioè tutto diviene omologato e standard e la componente rischio viene quasi azzerata. Non c’è più la voglia di andarsi a cercare le grane per il gusto di riuscire ad uscirne… Lo stile GAP è il contrario di questo, in un certo senso. È anche andar contro all’idea un po’ cieca del grado a tutti i costi. Ho sempre pensato che si vada in montagna per divertirsi, per quanto già qualcuno ha chiarito come “divertirsi non deve per forza essere divertente”… Io con Lorenzo (suo socio storico nelle scorribande alpinistiche, nda) ho sempre cercato posti curiosi, sperduti, con roccia anche non bella, ma non per masochismo o passione per il marcio… è il fascino dell’esplorazione, dell’incontro con la grande natura.

Anche ridimensionare l’illusoria importanza dell’impresa alpinistica: nel mondo non è che sia cosa poi così fondamentale, il mondo non cambia nemmeno se stai facendo la prima invernale di un ottomila, figurati se ripeti una via blasonata e alla portata di molti. Certo è bello dal punto di vista personale porsi un obiettivo, perseguirlo, allenarsi e poi raggiungerlo…qualunque esso sia. Questo vuol dire crescere: aver saputo seguire un percorso.

Questo film per me è stato una cosa simile, trasposto dal mondo della montagna al mondo del cinema, ma anche della vita di tutti i giorni.

Ma passiamo al film: quale è stata la genesi del progetto cinematografico “Finale ’68”? Tutto ti era già chiaro dall’inizio? O è stata come una folgorazione sulla via di Damasco? O meglio ancora: una accozzaglia caotica e casuale di deboli ipotesi cacciate dentro alla rinfusa?

Tra le tre opzioni, voto senza dubbio per l’ultima. Un semplice aneddoto: all’inizio con Michele quando abbiamo pensato a questo progetto, io da buon regista affermato e competente sull’argomento (mi guarda con occhio complice e abelinato, nda), avevo pensato di poter girare il film e nello stesso tempo essere io stesso a scalare come “attore”… Poi  ad una certa mi sono parlato e mi son detto: “Ma cosa dici, razza di testa disabitata!?”. Da quel punto in poi ho iniziato a capire che forse la questione non sarebbe andata proprio come me l’ero immaginata quando era un semplice accenno di progetto. Insomma le idee erano poche e confuse, ma poi attraverso un tortuoso percorso nel tempo il tutto ha preso una certa forma. Pensavo anche che il tutto potesse risultare giusto un filo più semplice: ho capito l’importanza e il peso di tutte quelle miriadi di ruoli che contribuiscono alla realizzazione di un film… il tecnico del suono, il colorist, lo sceneggiatore, il direttore della fotografia… ed è importante che tutti questi ruoli non vadano a ricadere sulla stessa persona perché sono necessari più sguardi sul lavoro, più prospettive che non siano influenzate dal fatto di essere sempre e soltanto, per settimane di seguito, sullo stesso progetto in ognuna delle sue sfaccettature.

Mi ricordo di una volta in cui Riccardo, l’amico con cui abbiamo curato tutta la complessa logistica del progetto, è venuto a vedere la mia prima selezione delle immagini per il film, un lavoro già parecchio consistente; e dopo averlo visto mi ha detto: ”Beh, l’intro è bella, ma il film dov’è?” e lui mi ha fatto capire che il film non esisteva ancora, c’erano solo immagini, senza uno straccio di storia. Poi l’ha visto Michele e ha detto la stessa cosa… Allora ho capito che mi ero perso un piccolo insignificante dettaglio. Indubbiamente sono stato un po’ naif e ho sovvertito il criterio per il quale prima c’è una storia e poi si gira… io ho scambiato i fattori, così mi son trovato a dicembre a cercar di capire come raccontare la storia.

Quali sono state le principali difficoltà che ti sei trovato ad affrontare durante la realizzazione del film? Quanto è stato complicato trovare una rotta di riferimento?

Senza dubbio la parte logistica… eravamo tre squadre di operatori in giro per bricchi a riprendere due matti che scalavano con i loro tempi. Per poter raccontare una storia genuina e non una fiction, bisognava incastrare il tutto ed è stato un gran casino. Bello, affascinante, coinvolgente; una splendida esperienza che porteremo tutti nel cuore. Ma difficilissimo.

Quando ho iniziato ad organizzare il progetto sapevo meno di regia e film di quanto ne so ora, avevo proprio idee vaghissime. Ho sentito un amico videomaker per spiegargli un po’ cosa avrei voluto andare a fare, cosa avevo in testa. Lui mi ha guardato con un velo d’ammirazione coperto da un altro decisamente più spesso di compassione, e mi ha detto: “Certo che te qualsiasi cosa vai a fare devi sempre trovare lungo! Hai iniziato a far video l’altro ieri ed adesso ti vai a cacciare in ‘sta follia? Ma tu mi sa che non ti rendi ben conto”. La mia non-risposta coordinata ad un maestoso e doveroso minuto di silenzio a quel punto è stata una nuova domanda, ovvero: “Ma quindi sei dei nostri? Partecipi anche tu?” e lui: “Che domanda stupida Gabri, certo che sì!”.

Io ora parlo con te perché sei il capro espiatorio di questa faccenda, ma nel combinare questo pasticciaccio non eri solo, parlaci un po’ della ciurma di personaggi che ti hanno fatto da spalla nel procedere del viaggio…

Sono tutti amici: non appena io e Michele abbiamo tirato fuori questo progetto si sono subito entusiasmati. Abbiamo raccolto subito un gran consenso popolare. Magari alcuni si sono anche un po’ sentiti in dovere di partecipare perché agli amici è sempre difficile dire no… però dai, alla fine secondo me sono felici di aver dato una mano. Tutti avevano un po’ il timore di lasciare da solo il povero regista, visto che lo conoscono bene.

Lorenzo, uno dei due attori-scalatori, la prima sera di riprese quando ormai stavamo per andare a dormire mi ha confessato che non aveva capito assolutamente nulla di quello che gli stava capitando intorno. Una gremita banda di amici che corre all’impazzata di qua e di là per seguire e riprendere le varie scalate, gli avvicinamenti, i bivacchi… tutti entusiasti, felici, sorridenti, gioiosi a farsi un culo come una capanna benché poi nessuno ci avrebbe guadagnato niente. Una situazione davvero anomala! Una meraviglia!

Il rapporto con tale ciurma è stato sempre sereno e gaudente? Ho letto di diversi ammutinamenti e Riccardo pare si stato insignito di laurea ad honoris causa in psicopatologia del mugugno grazie alle sedute a cui ti sei sottoposto in questi mesi…

Tutto rose e fiori non è sempre stato: dover coordinare una dozzina di persone, senza averlo mai fatto prima e senza averne poi realmente le competenze è stato ben complicato. Se uno decide di affrontare una situazione ben cosciente del suo ruolo, dei suoi doveri e compiti, allora magari è anche più capace di gestire le attività degli altri. Ma quando uno non sa manco che cavolo deve fare lui, immaginati gli altri poveretti a cosa vanno incontro. Ci sono state delle problematiche, certo, soprattutto per lo stress e la stanchezza. La mia testa al terzo giorno iniziava ad essere fuori uso… Tu conta poi che eravamo tutti amici, non una troupe ben rodata di professionisti, quindi… ho rischiato di essere ucciso da Pietro, che per i quattro giorni mi ha fatto da sherpa, guida, traino, badante e a seguito di alcune mie cappelle voleva pure farmi la pelle. Solo la mia grande diplomazia (e mostra un ghigno impenitente, nda) ha potuto salvarmi.

Il quarto giorno c’è stato il vero e proprio ammutinamento con generale posticipo di due ore sulla sveglia da me imposta, varie vessazioni alla mia persona e sciopero temporaneo pro birra quando quasi le riprese erano concluse…ma alla fine nonostante un po’ di ritardo tutto è andato per il verso giusto. Un team meraviglioso!

Spara così come ti viene un po’ di aneddottica di qualità a proposito delle 5 magiche giornate di riprese… quali sono stati gli highlights?

Il primo giorno di scalate, dopo mesi di studi logistici su movimenti delle diverse squadre e orari da rispettare, finita la prima via eravamo già fuori programma, in totale balia degli imprevisti e del caso… ci voleva un attimo per prendere feeling… Poi vabbé una risalita su statica a Rocca degli Uccelli (sarà stata la seconda o terza che ho fatto in vita mia) durante la quale non sapevo se preoccuparmi più di non morire o di come cavolo fare le riprese… Meno male che c’era il buon Pietro a farmi da “ombra” e a rispiegarmi per la millesima volta tutte le manovre utili per non precipitare. E meno male che quando sono in parete, sono nel mio mondo e non patisco…

Poi è stata bella tutta la questione sul Pianarella, soprattutto dal punto di vista registico…metà via scalata e poi via di jumar nel vuoto per avere le inquadrature che volevo, con la luce del tramonto. Il tutto è finito a notte fonda con una risalita su statica in notturna senza frontale, lasciata nello zaino del buon Pietrone ormai già in vetta…

L’ultimo giorno poi ero davvero annichilito, zero, imbruttito come non mai e allora sono intervenuti Agnese e Riccardo a cercare di tirarmi su per farmi riprendere un po’ in mano l’intera questione… Parliamoci chiaro: non ero più in grado di intendere e di volere.

Ho apprezzato molto la scelta del cast, ineccepibile! Attori presi dalla strada che di fronte alla cinepresa si trasformano in veri e propri divi, come nella miglior tradizione neorealista; dove hai raccolto questi soggetti?

L’idea era questa: raccontare una storia alla portata di tutti. Non parlare di un’impresa da supereroi, la free solo su difficoltà estreme o spedizioni di ottanta giorni in Patagonia… cose bellissime, ma forse un pochino lontane dalla realtà quotidiana di molti. Guardandole difficilmente ad uno passa per la testa di andarsi a impelagare in una cosa del genere. Te ne puoi innamorare, ma da lì a fare qualcosa di anche solo simile, ce ne passa.

Uno degli scopi del film era raccontare una piccola avventura alla portata di molti, se non di tutti. Un progetto non difficile, dove il discrimine è dato dalla volontà, dalla voglia di prendersi 4 giorni per navigare tra gli altopiani finalesi… comunque lontano dal mondo, in un certo modo. Per fare questo ci volevano due imbecill… ehm due scalatori che potessero rappresentare… il peggio. Insomma qualcuno che potesse rappresentare lo scalatore della domenica… Siamo cascati bene perché abbiamo trovato ‘sti due fratelli,  tutti e due a loro modo un po’ fuori dal mondo… insomma l’ideale. La storia alpinistica di Finale ha visto passare un sacco di fratelli: i Vaccari, i Calcagno… era bello anche un po’ proseguire questa sorta di tradizione. Chiaramente non bastava che fossero scalatori ineccepibili, così da padroneggiare al meglio ogni difficoltà e mostrare l’eleganza del gesto, servivano anche doti attoriali d’alta caratura… e così dopo mesi di casting siamo incappati in questi due fenomeni… unici due esemplari d’uomo ad essersi presentati al provino e ad essere convinti di aver trovato un’occasione unica. Tieni presente che ancora oggi si chiedono come mai nessun altro esemplare di homo erectus abbia approfittato di questa imperdibile opportunità.

Alcuni tabloid savonesi sostengono che per portare a termine il montaggio del film ti saresti auto-recluso in un eremo per ben 33 giorni, cibandoti solo di 4 salti in padella ed estathé al limone, senza mai lavarti… Confermi queste voci?

Allora, sul non essermi mai lavato ho dubbi, probabilmente, per sbaglio, dell’acqua addosso mi  dev’essere finita. I giorni sono stati però 35, ma non di seguito: ho preso 3 giorni di pausa per andare a buttar la rumenta e altre incombenze di questo genere. Ah, mi è toccato anche, qualche volta e sempre nei 3 giorni, andare a lavorare… Per il cibo sì, anche se la mia dieta era ben più varia, spaziando da Giovanni Rana ai surgelati Coop. Diverse volte mi sono dimenticato di mangiare . Il mio corpo devo dire che ha un po’ sofferto quest’ultima stagione.

Quanto è costato il film? Quali modalità avete sviluppato per tirar su due lire? Elemosina? Meretriciato? Vendita di organi?

Ci è costato tanta fatica, poi certo dei soldi, ma i soldi non fanno la felicità, dicono… alcuni. Li abbiamo tirati fuori buona parte di tasca nostra… Poi certamente Montura editing ci ha sostenuto davvero molto nella realizzazione del progetto. Hanno creduto nell’idea e benché fossimo dei “nessuno” alle prime armi hanno deciso di darci corda, quindi non possiamo che essere loro grati. Abbiamo poi dato vita ad una raccolta fondi attraverso la piattaforma Indiegogo dalla quale, grazie al popolo degli amici e dei  generosi curiosi siamo riusciti a recuperare ancora un po’ di economie. Ora con qualche serata in giro e altro speriamo di rientrare almeno  o quasi in pari sulle cifre. Abbiamo speso tra tutto più o meno diecimila euro, forse poco per una produzione cinematografica, tutto sommato molto per le nostre tasche bucate.

Come è stato incontrare i pionieri? Quanto è stato complicato? Che cosa ti ha colpito di più  a proposito di quest’esperienza?

L’incontro con i pionieri è stato qualcosa di davvero particolare. Io lavoro e ho lavorato principalmente per il settore outdoor e tutto questo mondo mi era ben sconosciuto, un’esperienza alla quale non ero preparato. Questi personaggi tuttavia sono dei miti, per quanto quasi nessuno li conosca, ma per chi ha a cuore la Finale un po’ più ravanosa ed esplorativa, questi sono veri e propri riferimenti. Io son sempre stato molto affascinato dalla storia alpinistica dolomitica, i grandi protagonisti del sesto grado… ugualmente, in scala finalese, anche questi personaggi hanno costruito una storia avvincente. Poter dare un volto a questi nomi, conoscerli, magari mangiarci la pastasciutta insieme è stato incredibile. Poi sono stati tutti davvero ultra gentili e ci hanno trattati quasi come dei nipoti, offrendoci le cene, dandoci delle dritte sulla vita… A volte magari, a distanza ormai di 50 anni, i ricordi non erano proprio limpidi e dettagliati, ma i racconti sono sempre stati spassosi. Facilmente si finiva a parlare di donne e osterie…

Una delle domande che avete sottoposto ai pionieri è stata, se qualcosa fosse andato perduto in questi 50 anni di storia alpinistica e arrampicatoria rispetto allo spirito delle origini. Oggi la rivolgo a te: qualcosa è andato perduto?

Difficilissimo rispondere perché per farlo è chiaro che sarebbe necessario aver vissuto quel periodo. Dal punto di vista dello spirito però, sono convinto di si. Abbiamo messo anche Vaccari nel teaser a rimarcarlo: oggi c’è sempre più una deriva che indirizza verso il preconfezionato. Che poi non è un male in toto, sia chiaro. Non voglio fare l’ennesima sterile polemica sugli spit o altro… Però ad esempio, oggi tra coloro che frequentano Finale per scalare, quasi nessuno ha coscienza di quella prima stagione alpinistica e quindi non può comprendere a pieno la storia e lo sviluppo che hanno portato sino a quello che è il presente. Sembra sempre che tutto sia un po’ caduto dal cielo.

Era un modo diverso di avvicinarsi alla roccia, oggi c’è sicuramente di mezzo una spinta consumistica… Nel ’68 l’alpinismo non era ancora stato fagocitato dal mercato come lo è oggi. Forse magari suonerà anche un po’ retorico, ma c’era un rispetto differente nei confronti del territorio e dell’ambiente, non una reale coscienza ambientale, ma di certo un rispetto. Rispetto anche per la pluralità di idee… E poi grande ricerca dell’avventura, che non per forza doveva portare a grandi imprese, ma banalmente anche solo ad un bel pomeriggio di primavera trascorso a zonzo per la macchia con gli amici.

Ripercorrere in quei famosi 4 giorni le vie dei pionieri ci ha lasciato intravedere a tratti che cosa volesse dire immergersi nel finalese: il grande senso di libertà e l’entusiasmo che nasce dallo scorrazzare solitari per queste valli. Non abbiamo visto di certo quello che loro hanno vissuto allora, ma l’esperienza è stata comunque grandiosa. Finale con questo spirito è come un piccolo tuffo nelle Dolomiti, certo con una quantità di problematiche in meno, ma un senso d’infinito e gioia che davvero nutre lo spirito.

Per assurdo il nuovo sguardo sportivo sul finalese ogni tanto sembra voler cancellare tutta questa prospettiva, monopolizzando il campo… A Finale ora ci sono quasi 3600 vie, di queste forse un centinaio sono state aperte con un’ottica differente rispetto all’attuale stile sportivo, sembra così strano che nessuno senta il bisogno di tutelare la memoria di una visione differente… Manca forse un po’ di rispetto nei confronti della storia, e rispetto nei confronti di una cultura alpinistica che si pone su un percorso differente. Chiaro che uno può decidere di non utilizzare gli spit presenti in parete e razzolare per il finalese con ardimento da alpinista eroico, nessuno glielo nega, ma non è questo il discorso! Salvaguardare la storia, lo spirito e la memoria di un’epoca, questo è il punto. L’avventura è ancora qualcosa di possibile qui a Finale, dobbiamo renderci conto che questo è un patrimonio di tutti e proprio per questo va tutelato.

Tu ti definisci un alpinista gira-mondo (o qualcosa del genere perlomeno), come mai da regista il primo lungometraggio me lo vai a dedicare a dei bassissimi altopiani? Perché hai scelto il Finalese?

Si, da sempre ho amato viaggiare, andare alla ricerca di luoghi dispersi, dimenticati, sconosciuti. Ero e sono attratto dalle valli nascoste, poco frequentate. Anche da alpinista spesso non cercavo la bella via – ho cercato anche quelle, sia chiaro -, ma la ravanata in qualche luogo dimenticato. Posti dove sei certo di non trovare nessuno e dai quali hai modo di vedere il mondo in una prospettiva nuova, diversa.

Finale, come le Calanques, come la valle del Sarca sono luoghi dove inizialmente gli alpinisti hanno preparato le grandi imprese, si sono allenati pensando già ad orizzonti più ampi. Quando andavo tanto in montagna non frequentavo molto Finale, ma quelle poche volte che andavo guardavo i diedri, le fessure e intuivo il sapore alpinistico di quel luogo… Il mio occhio abituato alla montagna cercava montagna anche lì. Il mio percorso è stato in un certo modo opposto: dalle grandi montagne sono finito a Finale alla ricerca però dello spirito alpinistico, un viaggio quasi contro senso che però ha dato i suoi frutti.

Ecco. Poi una volta in un viaggio in macchina giusto di ritorno da qualche giro in montagna ci siamo chiesti io e il mio socio quale fosse la prima via di una certa parete finalese… e nessuno dei due sapeva darsi una risposta. Sapevamo vita, morte e miracoli delle Dolomiti e niente a proposito delle pareti dietro casa.

Che cos’è per Gabriele l’Avventura? E cosa cerca Gabriele in montagna?

Avventura è uscire dallo standard, dal consueto, dagli itinerari ultra recensiti su Gulliver, dalle discese ultra note e quasi asfaltate… Cercare l’inaspettato. Oggi si cerca ciò che è palese e confermato, tra un po’ nelle relazioni ti spiegano quali tacche tenere… Il gusto del non sapere se si riuscirà a salire o meno, l’essere costantemente in dubbio sull’itinerario. Vedere una linea in parete  e dire: “Ok, io voglio andare lì!” e poi andarci, forse è la cosa più bella che ci sia. Anche qui non bisogna essere estremisti, non voglio dire che questo sia alpinismo e tutto il resto no, ma forse questa è una delle forme più alte di questa disciplina. Andare a cercare la parete per valli sconosciute e immaginarsi linee… l’apertura di una via è un atto splendidamente creativo!

Qual è secondo te la via più affascinante che avete solcato nel film? E quella più orrida?

Durante il film devo dire che non ho avuto molto tempo di capire cosa mi stesse accadendo intorno, tanto meno valutare la bellezza e il fascino delle vie… però per il mio stile, sicuramente la via della Quercia a Boragni. Perché è l’unica via del progetto dove c’è stato per davvero da ravanare, da cercare, da scoprire. Una via breve, non particolarmente bella nell’ottica arrampicatoria, ma siamo dovuti andare ben 3 volte a cercarla prima di avere una vaga idea di dove passasse… a Finale, non in Pale di San Lucano. Come bellezza alpinistica in sé direi le due Vaccari a Pianarella e a Rocca degli Uccelli. Vie orride non ce ne sono, a Finale non c’è il marcio, non c’è mai da spingere la roccia piuttosto che tirarla… che palle, son tutte belle le vie di Finale!

Che cosa significa per te approdare al TFF? Quali film in programmazione non vuoi assolutamente perderti?

Non voglio perdermi assolutamente La Montagna di Ilio  sulla storia di De Biasio, perché parla di un mondo ed un alpinismo a cui mi sento molto legato. Poi le Pale di San Lucano sono incredibili, ogni via è un’avventura dal momento in cui chiudi la macchina e sai che non la riaprirai prima di 48 ore disperso tra i mughi. Poi sicuramente la serata su Detassis perché è stato sicuramente un personaggio avanti sui tempi e anche solo ripercorrendo le sue vie ci si rende conto della sua grande personalità… e anche il film sulla vita di Nives Meroi e Romano Benet, mi pare si chiami 14+1… loro due sono una coppia incredibile, aldilà del modo di andare per monti.

Rispetto alla prima domanda: quando è nata l’idea del film subito come obiettivo mi aveva solleticato in testa l’obiettivo di entrare in selezione al festival. Per preparare bene un lavoro, un progetto, ho sempre bisogno di un sogno, una linea di demarcazione da tentare di superare. Di solito passavo l’anno a prepararmi per una qualche grande via alpina, quest’anno il sogno da raggiungere è stato il festival, senza avere la minima idea di cosa fosse fare un lavoro del genere. Posso oggi parlare di un sogno realizzato (e mi guarda trasognato con faccia da besugo, nda).

Dove potremmo vedere prossimamente questo filmaccio?

Ah, finalmente una domanda facile, potevi aspettare ancora un po’! Il 28 aprile alle 21.30 al Multisala Modena di Trento, poi sempre nello stesso luogo anche il 2 maggio alle 15. Tra l’altro in sede Sosat quello stesso giorno alle 17 ci sarà anche la presentazione del libro Di pietre e pionieri, di rocce e altipiani scritto da Michele. Peraltro un libro fantastico, scritto in maniera impeccabile (e mi guarda come a dire “così è abbastanza promozionale o rincaro la dose?”). Poi forse passeremo da Milano allo Spazio Oberdan intorno a metà maggio. Il 2 giugno invece ce la giochiamo in casa e presentiamo libro e film proprio in quel di Finalborgo, sarà un po’ la nostra festa, la celebrazione di tutto questo progetto.

Prossimi propositi? Sogni nel cassetto?

Capire cosa fare da grande. Poi non so, magari una volta che ho capito lo scopro. Negli ultimi mesi stando dietro al film ho imparato tantissimo ma ho perso un po’ di vista il mondo reale. Sicuramente riprendere contatto con tutte quelle persone che ho trascurato in quest’ultimo anno. Fare delle ferie vere e magari riprendere a scalare un pochino… In montagna ce ne sono per così di sogni nel cassetto. Non ho più la testa per fare certe cose, son diventato grande e saggio (segue una risata schizofrenica, nda), ma qualche sassolino nella scarpa sarebbe ancora bello toglierselo… magari sono ancora in tempo.

Trovare una donna, dico, una relazione stabile? (seguono grasse risate, prima mie, poi anche sue, nda). E poi riuscire a lavorare facendo questo mestiere, filmare in natura, viaggiare tanto per raccontare un po’ di mondo visto con i miei occhi.

By | 2018-04-28T09:34:11+00:00 28 aprile, 2018|

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