The Dawn Wall, la monumentale saga verticale di Caldwell e Jorgeson

Monumentale. È questo il primo aggettivo che mi è venuto in mente dopo aver visto The Dawn Wall, il film con in cui Peter Mortimer e Josh Lowell raccontano la più difficile big wall mai scalata in arrampicata libera. Monumentale, non poteva essere altrimenti. Cento minuti che prendono in rassegna la vita di Tommy Caldwell, visionario di professione che ha deciso di salire una muraglia di mille metri apparentemente impossibile. Tutto è partito da un’idea, meditata a lungo e azzardata dopo diverse scorribande su quella montagna, El Capitan in Yosemite, cui Caldwell ha deciso di legare il suo destino, realizzando la prima salita in libera della Parete dell’alba, questo il significato di Dawn Wall, assieme al talento del bouldering statunitense, Kevin Jorgeson.

The Dawn Wall è stato presentato oggi al cinema Vittoria, e senza dubbio è tra le più entusiasmanti pellicole in concorso al Trento Film Festival. Non è un caso se Mortimer e Lowell qui a Trento hanno già vinto una Genziana d’Oro, nel 2014, per Valley Uprising, altro film-monumento ambientato in Yosemite. Lo so, non sono un critico e nemmeno un cinefilo. Ammetto anche di essere spudoratamente di parte, da arrampicatore non posso che cadere in tentazione vedendo i 915 metri della Est di El Capitan accarezzati dalle dita consumate di Caldwell e Jorgeson. Non mi capita spesso però, guardando dei film, inclusi quelli di alpinismo e montagne, di sentire rizzarsi i peli sulla schiena, ancora e ancora, o di commuovermi intuendo il supplizio vissuto in quel labirinto di 32 tiri, superando due lunghezze di corda di 5.14d, vale a dire 9a.

Ma The Dawn Wall va ben al di là del grado, o degli inevitabili funambolismi richiesti da una scalata sistematicamente difficile, lungo fessure svase o in placca, “su tacche affilate come rasoi”. Ciò che colpisce è la resa della componente psicologica, del fardello interiore issato verso l’alto, tiro dopo tiro dai due arrampicatori, che per 19 giorni consecutivi vivono in parete sui portaledge, in pieno inverno, strenuamente decisi a venire a capo di quella che i media americani, come il New York Times hanno definito “the Climb of the Century”, la scalata del secolo. È anche una storia di amicizia, che si intreccia alla corda man mano che le difficoltà aumentano, in particolare nel famigerato tiro “15”, il traverso chiave che impegnerà Jorgeson per una settimana prima di riuscire, incoraggiato senza riserve da Caldwell che aveva già risolto l’enigma.

Nel film viene quindi ripresa la genesi del progetto, iniziata nel 2007 e che dopo centinaia di giorni in parete si è conclusa con l’assalto finale e la libera, uscendo in vetta il 14 gennaio 2015. L’idea iniziale risponde comunque al nome di Tommy Caldwell, un “ragazzo difficile”, raccontato a partire dalla sua giovinezza, quando i genitori temevano per il suo ritardo mentale. Poi scopre la scalata e grazie a questa libera un talento inespresso, macinando successi importanti, nelle gare e in parete, passando per un grave incidente domestico che comporta la perdita del dito indice della mano sinistra. Dito o no, Caldwell trova la forza di rialzarsi. Accetta l’handicap e lo usa come stimolo per migliorare, per perfezionare una tecnica tutta sua: sostituire il pollice all’indice, poi arcuare il pollice sul medio nella chiusura delle tacche.

Ecco che tra le sue realizzazioni prima dell’immortalità conquistata sulla Dawn Wall, Caldwell ha ripetuto in libera tutte le più difficili vie di El Cap, aprendone diverse di nuove, neanche a dirlo difficili. Nel 2015 gli è stato assegnato il Piolet d’Or, il più importante riconoscimento alpinistico a livello globale, per aver realizzato l’attraversata su cresta del Fitz Roy e dei suoi sei satelliti (feb 2015) assieme all’altro talento dell’arrampicata in Yosemite, Alex Honnold. C’è poi il Kirghizistan, dove nel 2000 lui e tre compagni di scalata vengono rapiti da quattro ribelli kirghisi. Dopo giorni nelle mani dei rapitori, a 3mila metri di quota senza cibo e acqua, impauriti, decidono di fuggire. Per farlo Tommy spinge giù da una rupe il combattente rimasto a sorvegliarli, uccidendolo. Da quel momento la vita dello scalatore statunitense cambia, diviene più silenzioso e probabilmente determinato. È così che “vede” quella linea sulla Dawn Wall, forse una reazione alla sofferta separazione dalla moglie, un peso in più da liberare nel dedalo della parete dell’alba.

Per concludere, trascrivo di seguito alcuni passaggi scritti sul mio taccuino pochi istanti dopo la fine della proiezione.

Un film grandioso, capace di arrivare alle viscere dell’arrampicata. Narra una delle vicende verticali più importanti di tutti i tempi. Il linguaggio è semplice e lineare, capace di rendere accessibile l’essenza di uno sport che per molti è liquidato come roba da matti, spostando il fulcro del racconto su un binario separato, diverso da quello degli addetti ai lavori. Appassionante e commovente. Si, commovente. Non capita spesso di arrivare alla fine di un ‘film di montagna’ con il nodo alla gola. Qui è inevitabile. Direi quasi perfetto, per saper riassumere passione, visione, follia e l’incrollabile determinazione che ha legato Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson su una parete simbolo, stretti da un’amicizia e da una lealtà che solo un certo tipo di alpinismo permette di vivere. Alla fine ci si sente svuotati, prudono le mani dopo tanti tentativi su appigli minuscoli, “affilati come rasoi”. Credetemi, è un film da guardare e da amare, ancora e ancora. Infinito rispetto per questa impresa, per questa drammatica saga verticale, per questa Dawn Wall. Un monumento”.

By | 2018-04-29T22:27:41+00:00 29 aprile, 2018|

Un commento

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