No, a Finale Ligure non c’è una guerra fra ambientalisti e climber

Per parafrasare Luca Sofri de Il Post, ci sono notizie che non lo erano. È questo il caso della querelle mediatica nata dopo il comunicato/appello lanciato nei giorni scorsi dal CAI Finale Ligure, Finale Outdoor Resort, l’Istituto di Studi Liguri sezione di Finale Ligure, WWF sezione di Savona e Liguria Birding. No, come abbiamo scritto nel titolo, non c’è una guerra fra ambientalisti e climber. No, non si vogliono mettere i tornelli alle montagne, o alle falesie. No, non si tratta di una presa di posizione contro il turismo arrampicatorio. Si tratta invece di un esempio di giornalismo poco zelante, da un lato, e di preservazione della wilderness, dall’altro. Ed è doveroso fare un passo indietro, per capire cosa è successo.

Finale Ligure, così come le zone circostanti, è considerato uno degli spot europei di maggiore qualità per l’arrampicata sportiva. Falesie splendide, un calcare fra i migliori al mondo, e una grande passione dei locali, fin dal principio di tutto, ovvero dal 1968. Il nostro amico Michele Fanni, insieme a Gabriele Canu, non a caso hanno realizzato Finale ’68, presentato anche al Trento Film Festival di quest’anno, per raccontare la meravigliosa storia di come un borgo di poche anime sia diventato una delle mecche mondiali della scalata. Eppure, in questi giorni non si parla di Finale come si dovrebbe. Non si parla di calcare. Non si parla delle bellissime vie possibili. Si parla di presunte lotte fra climber e associazioni ambientalistiche. Si parla di giochi di potere. Si parla di tutto tranne che di roccia. E tutto nasce da un comunicato che è assai difficilmente equivocabile.

Ed eccolo, nella sua interezza, l’appello che ha così tanto creato polemiche, per lo più sterili.

“Il 2018 è un anno importante per l’arrampicata sportiva nel Finalese, sono infatti trascorsi 50 anni dalla prima apertura di vie per il free climbing nel nostro entroterra. Attualmente sono a disposizione degli appassionati di questa affascinante disciplina sportiva oltre 4000 vie.

In un comprensorio, la cui estensione è di circa 3500 ettari, l’ulteriore apertura di nuove vie inevitabilmente renderebbe il free climbing nel Finalese non più in equilibrio con il territorio con conseguenze negative per il prezioso patrimonio naturalistico e storico archeologico presente riducendolo / degradandolo / snaturandolo ad un anonimo parco di divertimenti sportivo.

Il CAI Finale Ligure, Finale Outdoor Resort, l’Istituto di Studi Liguri sezione di Finale Ligure, WWF sezione di Savona, Liguria Birding chiedono che cessi l’apertura indiscriminata di nuove vie di arrampicata nel Finalese nelle ultime pareti non ancora chiodate e nelle volte delle caverne e grotte al fine di preservare l’integrità delle ultime aree wilderness ancora presenti, e ci si dedichi invece ad una migliore manutenzione e gestione delle vie già esistenti”.

Un comunicato che non lascia spazio a interpretazioni malevole. In apparenza, però. I quotidiani generalisti hanno tradotto queste parole con un mero “ambientalisti contro climber” o “stop alla chiodatura nel Finalese”, alimentando le discussioni sui social media e inasprendo il dibattito. Vogliamo quindi tentare di fare chiarezza. Quello che si chiede è che si sfruttino le “vie già esistenti”. Vale a dire migliaia di vie. Vale a dire migliaia di vie in meno di 20 chilometri, che poi è la distanza, percorrendo l’Aurelia, fra Albenga e Finale. Seriamente, di cosa si sta discutendo? Di aria fritta, verrebbe da scrivere. Perché quanti altri luoghi ci sono, in Europa e nel mondo, dove si può trovare una cotanta abbondanza di vie d’arrampicata? Nonostante ciò, il patatrac è stato compiuto lo stesso.

Già. Perché di colossale casino bisogna parlare, e nel nostro caso scrivere, se perfino il Telegraph è intervenuto sul tema con un pezzo che racconta quanto sta accadendo. Si tratta dunque di una rivolta degli “ambientalisti” contro gli scalatori o si tratta di una richiesta nell’interesse proprio degli arrampicatori? La seconda, senza alcun dubbio. Peccato che sia passato il messaggio sbagliato. Perché nell’epoca delle notizie sempre più veloci e dei titoli sempre più urlati, è cruciale evitare di commettere errori. Lo ripetiamo, non è una guerra fra ambientalisti e climber. È invece il tentativo che il Finalese non diventi un incubo. Non solo per fauna e flora presenti nell’area, ma anche per gli scalatori.

Due sono i punti cruciali dell’iniziativa finalese. Il primo è la rimessa in ordine degli spot esistenti e dimenticati. Come spesso accade – gli esempi sono numerosi, dal Trentino al Vallone di Sea – alcune falesia vengono tralasciate. Vuoi perché la passione per l’arrampicata va a ondate, vuoi perché le generazioni che avevano prima arrampicato in quel determinato spot poi si sono spostate, e le nuove generazioni lo hanno dimenticato. Possono essere centinaia le variabili per le quali ci si scorda di un luogo. Non è questo il punto. Il vero punto è che in questo Nuovo Mattino che l’arrampicata sta vivendo si stanno riscoprendo aree che non si pensava esistessero. Aree nascoste, lontano dall’antropizzazione, spesso scomode per ciò che riguarda l’avvicinamento, ma di qualità assoluta.

Il secondo punto è la preservazione della wilderness. Non si tratta, lo ripetiamo, di mettere i tornelli alle falesie. Si tratta di quello che gli americani descriverebbero come “common sense”. In italiano, buonsenso. Possiamo fare un esempio per chiarire subito di cosa si tratta. La chiodatura di nuove vie è un’operazione molto invasiva, per natura. E nella zona di Finale, oltre a importanti siti archeologici, ci sono anche numerosi rapaci, come il gufo reale e il falco pellegrino, che nidificano. È proprio per tale ragione che si è deciso di agire. Sulla base di questo si è pensato ad un comunicato che riportasse l’attenzione sul tema “territorio”, con il punto fermo di prevenire che una zona così caratteristica diventi non più così unica. Perché se gli appassionati di calcare, così come quelli di mountain bike, vogliono godere di questa parte di wilderness al fianco dei palazzoni tipici dell’edilizia balneare degli anni Sessanta e Settanta, bisogna agire. E bisogna agire subito. Proprio come si fece negli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso, quando ci fu la prima grande girandola di iniziative a favore della creazione di National park e National monument. Il motivo che spinse Washington a spingere in quella direzione era più o meno lo stesso che sta muovendo i finalesi di oggi: dato che abbiamo questo importante patrimonio fra le mani, e dato che vogliamo che i nostri nipoti possano goderne così come ne possiamo godere noi, allora si deve fare qualcosa. E quel qualcosa non significa porre dei meri paletti, bensì valorizzare ciò che già esiste ed è presente.

Bisogna dunque fare una crociata contro il CAI di Finale, il WWF e di tutti gli altri firmatari dell’appello? Basterebbe l’analisi logica del comunicato per comprendere che non vi è nulla di cui indignarsi. Nessuna polemica eccessiva, solo basterebbe fermarsi e controllare cosa accade. Si scoprirebbe che il problema di fondo è proprio che si desidera salvaguardare la vocazione arrampicatoria di Finale, non brutalizzarla. È quindi comprensibile che sia infuriata una leggenda come Andrea Gallo, tra i più importanti scalatori a contribuire alla nascita della destinazione turistica Finale nell’ambito dell’arrampicata. Basti pensare che moltissime vie sono state letteralmente pagate dal suo portafoglio e da quello del suo negozio (il celebre Rockstore di Finale). Sui social – ancora una volta – lo sfogo di Gallo è stato perentorio e ha causato una lunga scia di polemiche, con oltre 300 commenti a seguito del suo post su Facebook. Ma è il frutto di una interpretazione fallace dei fatti che è stata fornita da alcuni colleghi giornalisti, i quali hanno travisato le reali intenzioni di coloro i quali sono poi diventati “gli ambientalisti”. Lo sottolineiamo ancora una volta: non si tratta di ambientalismo, si tratta di buonsenso. E riteniamo che sia questa l’unica chiave di lettura possibile per una proposta che ha uno spirito nobile e un obiettivo socialmente utile.

Infine, una piccola chiosa. Sui social, e non solo, in molti si sono domandati perché i firmatari del comunicato non hanno contattato la comunità dei climber finalesi. La verità è che non esiste una vera e propria comunità di climber finalesi. Ed è una peculiarità comune a molti siti di arrampicata in Italia. Forse, alla luce di questa iniziativa – una volta che si saranno comprese a fondo le ragioni di essa – potrà crearsi l’occasione per riuscire, prima o poi, a formare una comunità. Per preservare Finale e le sue falesie.

By | 2018-05-03T20:07:32+00:00 2 maggio, 2018|

2 Comments

  1. […] No, a Finale Ligure non c’è una guerra fra ambientalisti e climber di Fabrizio Goria (pubblicato su http://www.alpinismi.com il 2 maggio 2018) […]

  2. […] No, a Finale Ligure non c’è una guerra fra ambientalisti e climber di Fabrizio Goria (pubblicato su http://www.alpinismi.com il 2 maggio 2018) […]

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