Dal “Chiodo d’Oro” a Detassis, faccia a faccia con l’alpinismo Trentino

L’appuntamento è alle 18, presso la sala nobiliare del seicentesco Palazzo Bortolazzi, in via Malpaga 17, a Trento. È questa la sede della SOSAT, la Sezione Operaia della SAT fondata nel 1921 per dare voce all’alpinismo operaio di montagna nelle istituzioni italiane, a partire dal Club Alpino Italiano. Qui, giovedì scorso il mondo alpinistico trentino ha consegnato il Chiodo d’Oro 2018, riconoscimento incluso nel Trento Film Festival, che da 21 anni cerca di mettere a confronto gli alpinisti trentini di ieri e di oggi.

“Cordate nel futuro”, questo il nome della manifestazione che assegna il Chiodo d’Oro, è ormai diventato uno dei più importanti appuntamenti alpinistici del Festival, e che punta a esaltare il senso di amicizia, la solidarietà e la riconoscenza, che sono parte fondante del patrimonio della Sosat, sin dal 1921, anno di fondazione del sodalizio operaio.

Giunto alla sua tredicesima edizione, il Chiodo d’Oro costituisce un riconoscimento agli alpinisti trentini di ieri e di oggi, attivi sulle Alpi e nel mondo. Il premio di quest’anno è andato ad Aldo Leviti per la sua carriera alpinistica, e a Francesco Salvaterra, giovane e prolifica guida alpina.

Inzia la cerimonia di consegna del Chiodo d’Oro 2018, a Palazzo Bortolazzi. Foto Emanuele Confortin

«Aldo Leviti è un alpinista non giovane di età, ma il suo spirito e la sua passione sono gli stessi di quando ha incominciato ad andare sulle vette. Con la sua personalità, il suo stile innovatore e la sua umanità, ha effettuato scalate di prima grandezza, lasciando una traccia importante nell’alpinismo trentino, nazionale e internazionale. Egli è un esempio per le giovani generazione e non solo, per questo la Sosat conferisce ad Aldo Leviti il Chiodo d’Oro 2018, quale alpinista veterano», sono le motivazioni del premio a Leviti.

Diversa generazione ma uguali principi per l’altro premiato, Francesco Salvaterra: «è una delle avanguardie dell’alpinismo trentino, che ci fa capire come l’alpinismo abbia un futuro su nuovi orizzonti. Egli ricerca nuove avventure ed esplora in territori lontani, ma è capace di trovare nuovi orizzonti sulle vette vicino a casa. Per questi motivi, la Sosat conferisce a Francesco Salvaterra il riconoscimento Chiodo d’Oro 2018, quale alpinista giovane».

A Leviti e Salvaterra va dunque l’ultima edizione del Chiodo d’Oro, riconoscimento assegnato nel 2006 a Franco Pedrotti e Diego Filippi, 2007 Giuliano Giovannini e Angelo Giovannetti, 2008 Almo Giambisi e Bruno Menestrina, 2009 Cesare Maestri, 2010 Mariano Frizzera, 2011 Giuliano Stenghel, 2012 Antonio Zanetti, 2013 Palma Baldo e Giovanni Groaz, 2014 Dario Sebastiani e Alessandro Beber, 2015 pari merito a Marco Pegoretti  ed Edoardo Covi per i senior e Gianni Canale e Aldo Mazzotti per i giovani, 2016 Gino Battisti senior, e Tomas con Silvestro Franchini per i giovani, 2017 Claus Carlo e Christian Della Maria.

Aldo Leviti e Francesco Salvaterra, vincitori del Chiodo d’Oro 2018. Foto Emanuele Confortin

Al termine della celebrazione è stato il momento della convivialità, con decine di ospiti rimasti per le congratulazioni e i brindisi del caso. Interessante – per chi scrive – osservare il nutrito parterre di ospiti illustri presenti all’evento, molti dei quali sono vere e proprie icone della storia dell’alpinismo internazionale. Per loro esiste un denominatore comune. Un simbolo nel quale trova riflesso l’identità di chi in montagna ha vissuto avventure vere, intense, ponendo come principio cardine un concetto base: “trovare il facile nel difficile”. Ebbene si, è questo uno degli insegnamenti più significativi lasciati dall’alpinista Bruno Detassis, trentino doc, ricordato poco dopo la consegna del Chiodo d’Oro, al vicino Auditorium Santa Chiara, in un evento organizzato per il decennale della sua scomparsa.

L’affetto per “el Bruno”, o se vogliamo il “custode del Brenta” è emerso senza riserve dal pubblico della sala gremita. Non si è trattato però di una commemorazione ossequiosa, ma è stato come trovarsi a un incontro tra vecchi amici, di quelli cui in genere tocca vedersi troppo poco e troppo in fretta.

Al Santa Chiara i ritmi sono stati diversi, miti e conviviali, come davanti alla stufa di un rifugio tra una partita a mora e un racconto di croda. Il rifugio Brentei appunto, adagiato ai piedi del Crozzon, nel cuore delle Dolomiti di Brenta, per molti anni gestito dai Detassis, con un occhio immancabilmente rivolto agli alpinisti impegnati su una delle pareti dei dintorni. “’n do nè boci?” era solito appellare chi passava davanti al rifugio, con le corde in spalla e il passa svelto. Il Bruno li osservava, offrendo il solito sguardo corrucciato e le labbra occultate sotto la lunga barba bianca. Poi, sentiti i piani della cordata di passaggio, offriva un consiglio o una raccomandazione, infine riprendeva la scure e con un colpo secco spaccava l’ennesimo ciocco di legno.

Il racconto dell’elettricista alla serata su Detassis. I fratelli Tomas e Silvestro Franchini svelano il loro alpinismo assieme a Franco Nicolini (con microfono) . A sinistra e a destra i conduttori, Fausta Slanzi e Andrea Selva. Foto Emanuele Confortin

Bruno Detassis è stato una pietra angolare nell’evoluzione dell’alpinismo trentino, con decine di aperture, definite nel corso degli interventi in sala come “delle vere e proprie opere d’arte”, ma tutte accomunate da un principio cardine, “trovare il facile nel difficile” una sorta di versione dolomitica della “via di mezzo” professata dal buddhismo. Allo stesso modo, presentare un personaggio di questo calibro non è cosa semplice, ma il format scelto dai giornalisti Fausta Slanzi e Andrea Selva ha centrato l’obbiettivo, alternando testimonianze video a ospiti sul palco, intervallati da momenti di racconto e di musica. Numerose le testimonianze video, con le voci di Sergio Martini, Ermanno Salvaterra, Maurizio Giordani, Sergio Speranza, Adriano Dalpez, Jalla e Claudio Detassis, Palma Baldo, Marco Furlani, Egidio Bonapace, Giuliano Stenghel, quindi la ballerina Seydi Rodriguez Gutierrez e il musicista Angel Ballester Veliz. Sul palco si sono poi alternati i fratelli Tomas e Silvestro Franchini con Franco Nicolini, reduci da Los Picos, la salita di 13 seimila nelle Ande. Poi ancora Manuel Bontempelli, Gianni Canale, Ida e Lidia Parisi, e Roberta Silva, con la partecipazione del Coro della Sosat.

Dalla sala è emerso il sincero affetto nutrito per Bruno Detassis, così come il riconoscimento dei valori da lui incarnati e trasmessi a generazioni di alpinisti trentini e non solo, i quali, a dieci anni dalla sua morte, sono i custodi del suo lascito e del suo modo di interpretare l’alpinismo. In Dolomiti e sulle montagne del mondo.

By | 2018-05-07T19:10:54+00:00 7 maggio, 2018|

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