Tommy Caldwell, l’uomo della Dawn Wall si racconta

L’incontro è fissato per la tarda mattinata, all’interno degli spazi di Montagnalibri, tensostruttura allestita a piazza Fiera, a Trento centro, dove è custodito il meglio dell’editoria di montagna. Tra pochi giorni il Trento Film Festival volgerà al termine e Tommy Caldwell ha appena presentato “Push”, il libro in cui entra nel profondo della sua esperienza di arrampicatore e di uomo, e analizza la più difficile big wall al mondo mai salita in libera. Ad affiancarlo ci sono il Giudice Carlo Ancona, moderatore, e Luca Calvi, interprete.

Come si credeva, la Dawn Wall finisce subito al centro della scena. Super-via salita assieme all’amico Kevin Jorgeson in un’odissea durata anni, e conclusa con un rush finale durato 19 giorni, il final push, appunto, raccontato anche in un film in concorso al TFF. I lettori ascoltano con attenzione, alzano la mano per delle domande o qualche curiosità. Allo stesso modo noi di Alpinismi siamo lì, per vedere e ascoltare, prima di conoscere qualcosa in più sull’enfant prodige del Colorado, innamorato delle muraglie di El Capitan, ma con una storia vissuta complessa e intrigante.

Una vita di quelle che vanno oltre quei 32 tiri con lunghezze di corda di 5.14d, vale a dire 9a. Quei quasi mille metri di granito, dei 7 giorni trascorsi ad aspettare Kevin sul famigerato tiro “15”, o tentare, ancora e ancora il “dyno”, un lancio di 2 metri in piena parete. La vita del Caldwell “fenomeno” inizia quasi per caso, quando, da dilettante, arrivò primo a una gara di arrampicata riservata ai professionisti. Sarà l’inizio di una carriera folgorante, intrisa di amore, di sacrifici e di momenti drammatici, che lui racconta con calma serafica.

Intervista a Tommy Caldewell, foto Gabriele Canu

Ci sarà quel grave incidente domestico, la perdita dell’indice sinistro con una sega circolare, e la prospettiva di non poter più scalare, o di non poter più arrivare ai livelli di prima. Poi il divorzio, e la perdita della sua compagna di vita e di scalata, un pilastro crollato al suolo trascinando con sé le certezze di Tommy.

C’è poi quel viaggio in Kirghizistan, nel 2000, dove lui e tre compagni di scalata vengono rapiti da quattro ribelli kirghisi. Dopo giorni nelle mani dei rapitori, a 3mila metri di quota, senza cibo e acqua, impauriti, decidono di fuggire. Per farlo Tommy spinge giù da una rupe il combattente rimasto a sorvegliarli, uccidendolo. Da quel momento la vita dello scalatore statunitense cambia, diviene più silenzioso e probabilmente determinato.

Per Tommy Caldwell è comunque un periodo difficile. Nel buio di una profonda crisi personale intravede quella linea sulla Dawn Wall, forse una reazione alla sofferta separazione dalla moglie, un peso in più da liberare in quel dedalo di mille metri. Come lui stesso afferma però, per ritrovarsi e uscire dall’oscurità non è un caso se ha scelto la Parete dell’Alba, e la sua promessa di luce. Ed è qui che oltre al Caldwell scalatore, emerge il Caldwell uomo, da noi cercato in questa intervista esclusiva, realizzata tra libri e pellicole, a margine del Trento Film Festival.

Come prima cosa vorrei chiederti qualcosa di più su Tommy Caldwell l’uomo, l’essere umano, non l’arrampicatore famoso, la figura pubblica. Ne sappiamo già molto, e quello che vorrei domandarti è come ci si sente ad essere così famosi? Preferisci “L’esposizione” sulla parete o quella con i media?

I luoghi dove mi sento più a mio agio sono di sicuro le montagne, le pareti, ma comprendo di essere una persona conosciuta. Mi capita di andare in dei posti e la gente si emoziona a vedermi, quel che voglio dire è che una specie di privilegio, non l’ho cercato e non mi piace in maniera particolare, ma faccio del mio meglio per accettarlo, mi permette di vivere una vita niente male.

Tommy Caldwell sulla Dawn Wall, El Capitan

Il tuo è un libro profondo, ci racconti molto della tua vita personale, del rapimento, del tuo divorzio, della tua esperienza sulla Dawn Wall. È stato difficile scriverlo? E com’è stato avere intorno tutte quelle persone sulla parete? Forse è stata un esperienza molto intima tra te e Kevin, come ti sei sentito?

È stata dura scrivere il libro, ma direi che sentirmi così vulnerabile mi sembrava che fosse un qualcosa che dovessi fare, se si vuole scrivere un bel libro si deve andare a fondo ed è per quello che l’ho scritto. Volevo analizzare le mie esperienze, è stata la mia terapia personale, e questo era l’unico modo per scriverlo.

Sulla Dawn Wall, condividere l’esperienza con i fotografi… Sono alcuni dei miei migliori amici, più stretti di quanto non fosse Kevin, faccio film con loro da una vita.

Chi c’era sulla parete con voi?

L’uomo di punta in parete, colui che brandiva la camera, era Brett Lowell (il fratello di Josh Lowell), è il direttore della fotografia e lo conosco da quando ho dodici anni, siamo davvero molto vicini. Quindi è stato davvero davvero divertente.

Quante persone c’erano lassù?

C’è stato quasi sempre Brett, e poi un altro mio amico, Corey Rich, è salito anche lui, e un altro tipo, Kyle, tutte persone che conosco bene.

Hai detto che per te i rapporti sono molto importanti. Quest’estate mi è capitato di leggere il tuo articolo su Alex (Honnold) e Freerider e su quanto ti avesse spaventato. È particolare il modo in cui vivi le relazioni con i tuoi amici, dev’esser dura a volte vedere qualcun altro in parete. E come ti senti quando non sei te ad essere sotto il riflettori?

Benissimo, a volte è decisamente meglio così (ride).

Intervista a Tommy Caldewell, foto Gabriele Canu

Una domanda sul Kirzighistan: vorresti tornare a visitare quei posti e forse capire meglio il punto di vista dei militanti, delle persone che ti hanno rapito all’epoca. Ti piacerebbe saperne di più?

Sì, da una parte vorrei tornare, sicuro, e a volte ci penso, ma non sarebbe molto sicuro. A me piacerebbe ma la mia famiglia è tipo “No, non puoi!”, per loro sarebbe un’angoscia. Non credo che accadrà nel prossimo futuro.

Parlando della tua famiglia, cosa dici a Becca, Fitz e Ingrid quanto parti per qualche spedizione?

Diventa sempre più difficile lasciarli. Da quando Fitz è nato sono riuscito a non allontanarmi mai per più di due settimane. Il tempo che passo con la mia famiglia è importante, spesso viaggiano con me ed è un modo fantastico per vivere, viaggiare assieme.

Ma quelle volte che devo partire, sai, per andare da qualche parte in montagna, ogni volta è più difficile. Lo sanno che sono così, sono quello prima di essere un padre e un marito, e non ci posso rinunciare, non sarebbe un buon esempio per i bambini. Ma è tremendo quando gli manco, quando parto si mettono a piangere e a me vien da dire “Ooohh” (faccia triste, nda).

Quanto hanno?

Ingrid ha due anni e Fitz ne ha appena compiuti cinque.

E scalano già?

Già!

Abbiamo una domanda da uno dei nostri lettori, è un padre e scalatore anche lui. Dice che alla fine del libro sembra che la tua mentalità sia cambiata, perché ora la cosa importante è partecipare al gioco senza rischiare troppo. Il fatto di aver costruito una famiglia c’entra o è un processo che sarebbe accaduto comunque?

No, penso che diventar padre mi abbia cambiato. In montagna il mio approccio è lo stesso di prima, sono sempre il tipo che dice “Dai, andiamo!”, mi spingo al limite quando sono lì, e forse non è sempre una buona idea, ora devo stare attento.

Sono cambiato molto, se non fossi diventato padre partirei per spedizioni più impegnative in giro per il mondo, scalando montagne innevate, ora non posso farlo, ho bisogno di rimanere al sicuro.

Cerco di trovare cose che appaghino il mio bisogno di avventura.

Hai qualche progetto stile Dawn Wall in futuro o ne hai avuto abbastanza? E ora?

Scalerò altre vie su El Cap, nello Yosemite, la prossima settimana per fare un po’ di speed climbing. Ho un altro grosso progetto vicino alla Dawn Wall a cui mi sono dedicato un po’, ma spero che non mi prenda tutto quel tempo.

Non so se ora ho voglia di farmi coinvolgere in qualcosa di così grosso come la Dawn Wall ma adoro andare allo Yosemite, adoro salire su El Cap, è quello che faccio da una vita e probabilmente andrò avanti così.

Una domanda mia personale. Non sono mai stata in California e lo Yosemite mi ha sempre attratta, ma cos’ha di così speciale quel posto? Ho letto molte cose tue, di Alex Honnold, Cedar Wright e Renan Ozturk, sembrate tutti così presi da quel luogo.

È bellissimo, fa parte della storia ed è incredibile.

E le formazioni rocciose, la qualità della roccia, il modo in cui le pareti diventano sempre più verticali man mano che procedono verso l’alto.

Ti regala questa esperienza molto molto intensa a cui allo stesso tempo è più facile accedere di tanti altri posti. Posso portare la mia famiglia, piantare le tende al campeggio, io posso andare a scalare durante la giornata, e c’è una comunità fantastica.

Ancora adesso mi elettrizza andare allo Yosemite più di qualsiasi altro posto. È difficile da spiegare appieno, ma molte persone provano la stessa cosa.

Non credo che per i visitatori normali sia lo stesso. Non so quanti, ma forse solo centomila sono scalatori e sono loro quelli che diventano ossessionati. C’è qualcosa nel rapporto che si instaura con quel posto quando scali che lo rende più speciale di come lo sia per normali turisti.

Qui in Italia abbiamo un paio delle pareti impressionanti nelle Dolomiti, e c’è un sacco di gente che vorrebbe invitarti in Marmolada o sul Civetta. Pensi di accettare?

Sicuro, prima o poi verrò, magari l’hanno prossimo. Viaggerò con la mia famiglia per tutto l’anno e passeremo tre mesi in Europa.

Tommy Caldewell, foto Emanuele Confortin

Intervista a Tommy Caldewell, foto Gabriele Canu

Il mio alpinista di riferimento? Ermanno Salvaterra

La solitudine dei numeri primi

By | 2018-05-10T18:52:46+00:00 10 maggio, 2018|

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