Hanspeter Eisendle, quando l’umiltà incontra la montagna

Credo che un po’ tutti, all’inizio dell’attività alpinistica, siamo stati legati al carisma  di qualche personaggio apparso in riviste o libri specializzati in materia. Specialmente negli anni della mia iniziazione. Mi riferisco ai primi anni ’80, in cui l’alpinismo documentato era visibile con il contagocce e ogni scritto e ogni foto rimanevano nell’immaginario per parecchio tempo. Allora internet, con le informazioni mordi-e-fuggi e il passaggio incessante di immagini a cui siamo abituati al giorno d’oggi, non esisteva e le riviste erano periodici mensili o addirittura semestrali. Era naturale cercare con la fantasia un proprio indirizzo e costume fra quelle foto che raccontavano l’arrampicata in tutte le sue forme. Era il periodo in cui, i cambiamenti degli anni ’60, erano ancora nel cuore e nell’animo collettivo e il “Nuovo mattino” portava ancora lo strascico della sua filosofia fra le nuove generazioni di arrampicatori.

Il modello ribelle: jeans sgualciti, capelli lunghi, barbe lunghe, affascinava ancora e il “clean climbing” si opponeva all’attenzione di una globalizzazione ormai imminente. Ancora, l’alpinismo e le attività di montagna, dove non si portavano i pantaloni alla zuava e il cappello da alpino, erano considerate trasgressioni da ribelli scavezzacollo, ed erano mal viste sopratutto nelle piccole realtà locali. Nonostante questo, e per merito del bibliotecario, ricordo che una delle mie fonti, per documentarmi in materia di montagna, era la ben fornita biblioteca del mio paese, dove addirittura c’era un manuale di alpinismo che è stato il mio primo corso roccia.

Sulla pila di libri disposti sullo scaffale dedicato alla montagna, ce n’erano numerosi di Reinhold Messner, per lo più resoconti delle sue imprese extraeuropee, su cui passavo ore meravigliato dagli scatti di imponenti montagne e personaggi rudi e trasandati che sembravano usciti da un film di Sergio Leone. Dal reso conto di un tentativo di salita a un 8000, oltre ai soliti veterani, appariva un giovane con barba incolta e  capelli lunghi che mi incuriosiva sopratutto per i il suo fisico asciutto, molto atletico, e per i suoi tratti somatici inconfondibili che lasciavano intravedere tutto il suo carisma e le sue capacità, era un certo Hanspeter Eisendle.

Qualche anno più tardi, durante una delle mie prime esperienze sul Monte Bianco, ebbi la fortuna di incontrarlo al rifugio Torino, lui non si ricorda, ed era talmente intento ad organizzare il materiale per una salita, presumibilmente con un cliente, che ci limitammo solo a due battute… Tornai a casa, comunque soddisfatto, avevo scalato lo Sperone del Brenva, ma anche  conosciuto uno dei quei personaggi eroici, che avevano alimentato la mia fantasia, mentre muovevo i primi passi nel mondo magico dell’alpinismo…

2018… 30 anni dopo, durante i preamboli per un intervista a Tony Zuech, altro fortone del Tirolo, parlando di arrampicata libera e stile pulito, esce come da un cilindro magico il nome di Hanspeter Eisendle. Tony lo conosce molto bene, mi parla di lui, del suo pensiero e delle affinità che secondo lui abbiamo in tema di montagna e mi propone di farlo conoscere alle nuove generazioni e ai lettori di Alpinismi.

cho oyu 1

Hanspeter Eisendle di 61 anni, nato a Vipiteno (BZ), dove vive tutt’ora, è una rinomata guida alpina a mio parere come poche. Alpinista completo, capace di portare con disinvoltura clienti in quota e allo stesso tempo sulle vie più impegnative delle Dolomiti, un esempio fra tutte, la “Via attraverso il pesce” in Marmolada. L’umiltà è stata la strada maestra della sua importante attività, oltre ad un’etica ferrea e leale, sia come guida che come alpinista. Conta numerose ripetizioni sulle Alpi tra cui: Sperone del Brenva e Cresta de Peuterey al Monte Bianco; Parete Est del Monte Rosa e molte altre. Nel suo curriculum troviamo anche un importante attività extreuropea, oltre ad alcuni tentativi sui giganti della terra: Cho Oyu, Dhaulagiri e Nanga Parbat, conta numerose cime di 6000 dove è riuscito a condurre diversi clienti. Anche la Patagonia e lo Yosemite hanno fatto parte dei suoi viaggi; nel 1986 su El Capitan sale il “Nose” in 11 ore.

Ma è sul sulle Dolomiti e sulle rocce di casa che ha dato il meglio di sé con l’apertura di vie nuove e alcune libere riservate a pochi. Cominciando dalla falesia con numerosi 8b, realizzati negli anni ’80, quando questi gradi erano riservati ad una stretta cerchia… per passare alle vie alpinistiche: “Muro Giallo” Glowacz – Albert IX – on sight Tre Cime di Lavaredo; “Telefono Azzurro” IX + on sight Cinque Torri; “Volgefrei” IX – rotpunkt Torri de Meisules; “Via attraverso il pesce” VIII + rotpunkt Marmolada; “Il canto del cigno” VIII + on sight Cima della Vallaccia; “Hasse Brandler” XIII + rotpunkt Tre Cime… e molte di queste fatte con clienti. Numeri da capogiro che parlerebbero già da soli, ma per conoscere meglio Hanspeter ho voluto indagare, fra montagna di sue esperienze, facendogli alcune domande, poche a dire il vero, visto i suoi numerosi impegni di lavoro, ma sufficienti per capirlo di più, per sapere dove e quando ha cominciato e quale è stato il suo percorso per diventare l’alpinista che è oggi.

Ti faccio la solita banale domanda: quando hai iniziato e cosa ti ha spinto verso l’alpinismo?

Ho iniziato fin da piccolo con la mia famiglia andando per i boschi circostanti e alle malghe, osservando subito come tutti fossero più felici quando si trovavano lassù rispetto a quando erano in valle o nell’ambiente urbano. Avevo una sorella maggiore che insieme a mia mamma si occupava con premura del mio benessere e della mia sicurezza distogliendo il mio sguardo dal pericolo delle cime circostanti, ma io sentivo già un bisogno di libertà e capivo che per trovare un luogo di autodeterminazione, tutto per me, dovevo salire più in alto, oltre quelle malghe oltre quei boschi… L’adolescenza l’ho passata in un momento di particolare tensione nel Sud Tirolo. Erano gli anni delle bombe e delle proteste violente, e i confini con l’Austria erano ben osservati da finanzieri e militari. La mia avventura era tripla! Non dovevo farmi beccare dalle guardie sulle montagne di confine e i miei genitori non dovevano sapere che ero in mezzo ai pericoli. Anche con gli amici e i compaesani dovevo essere ambiguo perché allora, dalle nostre parti, l’alpinismo era considerato un attività legata ad una mentalità da camerati, ed io che mi sentivo un “Rolling Stones”, non volevo essere frainteso. Era un gioco clandestino che dava linfa al  mio animo solitario e mi spingeva su terreni sempre più complessi ed estremi dove nessuno osava seguirmi….

patagonia 2

E la prima salita in cui hai capito di avere delle doti non indifferenti?

Sicuramente la via “Fedele” sul Sass Pordoi, una semplice salita di IV e V grado, dove ho vissuto una esperienza che ha poco a che fare con l’arrampicata nel senso comune. Ero un giovanissimo scolaro della scuola d’arte di Ortisei in Val Gardena, e di abitudine nei pomeriggi liberi, mi piaceva fare da solo delle vie abbastanza lunghe sulle cime circostanti. Era ottobre, quindi avevo poche ore di luce, e dopo aver superato velocemente la prima parte, sono stato bloccato dal camino che conduce sotto alla grande cengia dove termina la via, trovandolo completamente ghiacciato. Per la prima volta mi sono trovato di fronte a difficoltà impreviste e mi sono sentito in trappola. Non avevo la corda e i telefonini esistevano soltanto nei film di fantascienza. Dopo un attimo di panico, e lunghi momenti di esitazione, ho trovato dentro di me una determinazione inaspettata, che mi ha spinto a ridiscendere tutti i 600 metri della complessa via, evitando di farmi sorprendere dal buio, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Quello è stato il momento in cui ho preso coscienza delle mie capacità e consapevolezza di quante cose c’erano da scoprire interiormente praticando l’avventura.

I tuoi anni di maturità sono poi coincisi con l’incontro di Reinhold Messner e quindi inevitabilmente con l’alta quota…

Nei primi anni ’80 con Hans Kammerlander abbiamo realizzato numerose prime e ripetuto alcune vie impegnative e Reinhold che seguiva con attenzione le nuove generazioni ci guardava con particolare simpatia. Quegli anni c’erano numerosi giovani promettenti e forti alpinisti, ma Messner aveva la sensibilità di vedere oltre e capire chi era destinato a continuare ed evolversi con determinazione e senza compromessi. Infatti aveva ragione, quasi tutti poi sono diventati direttori di banca, imprenditori, insegnanti e pochi si sono dedicati alla montagna. Nel suo programma di salire per la prima volta un 8000 in invernale, il Cho Oyu, voleva con se dei giovani promettenti di cui potersi fidare e guarda caso scelse noi.

Le prime immagini che ricordo di te riguardano appunto il tentativo al Cho Oyu in invernale, all’inizio degli anni ’80, mi racconteresti qualcosa di quell’esperienza?

Per me è stata un esperienza importante e fondamentale per diversi aspetti, innanzitutto per la mia conoscenza alpinistica dell’alta quota, che fino a quel momento avevo sperimentato solo sulle Ande del Perù. Sulla parete sud del Cho Oyu ho dovuto provare  l’esposizione e la difficoltà tecnica, con cui avevo familiarità, contrapposta all’insopportabile lentezza delle alte quote e al freddo polare dell’inverno himalayano. Un mix estremo che mi ha portato al limite delle mie possibilità. È stata un esperienza che mi ha insegnato molto anche dal lato umano, avendo come esempio due professionisti ai massimi livelli come Messner e Voitek Kurtika. Forse sono stati i momenti di relax dopo l’ultimo tentativo, o la luce e l’aria limpida del Nepal invernale, ma in quella spedizione ho capito che per diventare un professionista delle quote in tutti i sensi, bisognava veramente essere dei numeri uno, oppure accontentarsi e diventare dei ciarlatani imbarazzanti. Non potevo essere il primo caso e non volevo diventare l’altro. Per questa riflessione sono grato a quell’esperienza ancora oggi.

Cho Oyu 3

Poi c’è stato il Dhaulagiri…

Al Dhaulagiri, inizialmente, tutto sembrava più facile, le temperature erano più miti e l’esperienza al Cho Oyo mi faceva sentire più determinato. Ho goduto per lunghi momenti  in perfetta solitudine il paesaggio incredibile di questa montagna, girovagavo per ore e quando rientravo al campo base c’eravamo solo noi, ma erano altri tempi… Purtroppo i tentativi alla cima sono stati respinti ripetutamente dal brutto tempo e dalle abbondanti nevicate, incessanti… ricordo che alla fine mentre fuori dalla tenda imperversava l’inferno avevo una gran voglia di essere a casa per poter andare a scalare semplicemente una grande parete dolomitica.

Dhaulagiri 1

Una lunga parentesi e poi nel 2000 il ritorno alle vette più alte con il tentativo al Nanga Parbat…

La cosa che mi ha e spinto ad accettare con gioia l’ennesimo invito di Messner è stato il progetto di aprire una via tecnicamente più facile rispetto alla prima salita di Hermann Buhl, di cinquanta anni prima sul Nanga Parbat. Un’idea che aveva già avuto, tra l’altro, Albert Frederik Mummery nel lontano 1865 e che durante un tentativo scomparse per sempre proprio in quella vallata glaciale nominata Diama-Valley. Anche Simone Moro e Tamara Lunger nel 2016 volevano inizialmente seguire questa linea per il loro tentativo invernale, salita poi portata a termine lungo la via Kinshofer. Tornando alla nostra avventura, mi ricordo che per proseguire più veloci e sicuri sul ghiacciaio pieno d’insidie della valle, siamo saliti per lunghi tratti con gli sci, abbandonandoli purtroppo a 6.200 m. dove l’ascensione diventava più ripida. Raggiunti i 7500 metri, dove termina la nostra salita sul versante Diama, abbiamo dovuto rinunciare al tentativo di raggiungere la cima principale, rallentati eccessivamente da una neve pesante e molle che ci faceva sprofondare fino alla vita. Al di là della rinuncia alla vetta, nel complesso lo ricordo come uno dei viaggi più interessanti che io abbia fatto: pochi e affiatati amici, meta mistica e nessun contatto con il mondo… tutto ciò che mi piace… 

Nanga Parbat

Nonostante la tua sfortuna sulle cime più alte, sei uno dei pochi alpinisti che è riuscito secondo me a praticare, allo stesso tempo, l’alpinismo in quota e l’arrampicata sportiva ad alti livelli. Come sei riuscito a far combaciare due attività così opposte?

Il termine “alti livelli” diventa sempre più relativo guardando il mondo dell’arrampicata sportiva al giorno d’oggi. Per me l’arrampicata è strettamente connessa alla montagna, che è terreno di ghiaccio, neve, roccia o un misto di tutto. Io mi sento più un montanaro che ama muoversi in ogni situazione piuttosto che specialista di una disciplina. Ma è anche vero che, per un periodo degli anni ’80 mi sono dedicato sopratutto all’arrampicata su roccia. L’evento dell’arrampicata sportiva ha permesso a tutti gli alpinisti di scoprire il  limite fisico, che prima senza spit veniva frenato dalla psiche, dalla paura di morire o di farsi tanto male. La falesia mi ha fatto capire, senza rischiare di ammazzarmi, dove potevo arrivare anche sulle pareti non attrezzate. Però mai mi sarei permesso di trasportare la modalità di proteggermi in falesia, in una grande parete delle Dolomiti o comunque su altre montagne. L’arrampicata sportiva mi è servita molto per elevare le mie capacità sulle pareti selvagge dove la dimensione dell’esposizione mi fa crescere come persona molto più del grado che riesco malapena a fare in falesia.

So che in quel periodo magico hai avuto la fortuna di arrampicare con dei mostri sacri dell’arrampicata… mi viene in mente Manolo…

È stato un periodo di rinnovamento dell’arrampicata e ho avuto la fortuna di conoscere numerosi grandi personaggi dell’epoca, ho arrampicato tra l’altro con Heinz Mariacher, Bruno Pederiva e molti altri, citarli tutti mi ci vorrebbe una pagina. Con Manolo ho condiviso anche qualche viaggio indimenticabile, è un grande; mi piace il suo dualismo nell’arrampicata, tra lo stare imboscato su pareti sconosciute e, allo stesso tempo, essere una star del mestiere, modo di essere che crea nei suoi confronti invidie pettegolezzi e spesso cattiverie. È sempre stato un buon amico con un modo di pensare che ci accomuna, anche se sulla roccia giochiamo su due piani diversi.

Con Manolo in Yosemite 1986

Ho l’impressione che quella arrampicata, un po’ più “libera” rispetto alla modalità moderna superprotetta e concentrata sui grandi numeri, stia scomparendo… Tu che ne pensi?

Non proprio, direi addirittura che osservo una certa rinascita dell’alpinismo tradizionale, o meglio dell’arrampicata “trad”. Senza citare nomi, conosco tanti giovani e giovanissimi in Italia che non si accontentano più di grandi numeri e gradi, ma vogliono qualcosa che vada oltre, vivendo l’esposizione in modo più pulito e mettendo al bando lo sport urbanizzato. È una riscoperta dell’arte di arrampicare. Personalmente considero questa nuova mentalità, non strettamente collegata solo al chiodo tradizionale, ma al uso minimo di qualsiasi protezione, solo così si riqualifica l’arrampicata libera e si dà valore ad una via. È un modo per imitare il più possibile il “freesolo on sight” che corrisponde alla massima espressione dell’arrampicata e ti fa vivere il vuoto con la massima consapevolezza di te stesso. Come guida, però, devo dire che ognuno deve usare liberamente i compromessi necessari per tornare a casa sano e salvo.

Ortler

Nel tuo eccezionale curriculum ho visto che hai fatto anche un incredibile concatenamento: Ortles parete nord, Cima Nord di Lavaredo via Comici, con trasferimento in bicicletta. Come ti è venuta quest’idea?

Considero quel concatenamento, più una prestazione fisica e sportiva, che un’impresa alpinistica. Entrambe le vie sono tutto sommato facili, classiche famose ripetute da migliaia di persone. Calcolare i tempi mentalmente per mettere assieme le vie è stato semplice avendole già percorse entrambe, i dubbi per l’inconscio stavano nel riuscire fisicamente, sopratutto perché la distanza stradale era di 240 km e volevamo percorrerla in bicicletta. L’idea messa a punto con Hans Kammerlander è nata dopo una bella bevuta di birra, volevamo dimostrare andando in controtendenza e criticando con l’azione, che era possibile concatenare su grandi distanze, senza l’uso dell’automobile e dell’elicottero per gli spostamenti. Alla fine siamo riusciti nell’impresa impiegando 23 ore e 50 minuti. La difficoltà più grande per me è stata la bicicletta dove ho pedalato più chilometri quel giorno che tutto il resto della mia vita. Dopo la nostra protesta silenziosa non si è più sentito parlare di concatenamenti con eccessivo uso di mezzi motorizzati ma di nuove idee pazze “by fair means”.

pilastro livanos sass de la crus

Generalmente le Guide Alpine, dopo aver conseguito l’attestato, smettono di avere una propria attività, non è il tuo caso, come sei riuscito a trovare spazio e  gli stimoli per fare ancora il tuo alpinismo?

Personalmente, come tanti altri miei colleghi, cerchiamo di essere in prima linea nell’evoluzione dell’alpinismo. E questo si vede sopratutto nelle spedizioni extraeuropee. L’alpinismo è la mia droga, mentre l’attività di guida il mio mestiere e sistema di finanziamento per la vita e la mia passione. Nel corso degli anni questo mestiere é diventato una seconda passione. Ogni tanto addirittura non riesco più a distinguere tra le due cose. Ritengo molto importante per una guida alpina, ai fini della sua professionalità, di avere comunque un’attività personale per alimentare il proprio amore per l’avventura. È necessario essere innanzitutto avventurieri per essere delle buone guide e trasmettere emozioni reali del mondo selvaggio ai clienti, che alla fine è il nostro compito.

A proposito di avventura, di fatiche e a volte di sofferenza, dopo tanti anni di attività è possibile averne ancora voglia?

L’alpinismo è per me forse l’unica attività che non ha bisogno di stimoli o motivazioni: scalo, cammino, scio senza chiedermi perché. Ultimamente preferisco, sia nel lavoro che nell’attività personale, le cime e le vie che hanno una storia o che ho trovato interessanti dal racconto di conoscenti. La relazione con l’esperienza degli altri crea più attenzione, rispetto e stimoli, dandomi più entusiasmo e gioia nella vita. Posso dire che vista l’età non ho più grandi progetti, ma un po’ di roccia calda sotto le dita, qualche pendio con neve farinosa e i momenti passati a guardare le meraviglie della montagna mi gratificano come fare un impresa estrema!!

Anche lo scialpinismo sembra avere un ruolo importante nella tua vita e nel tuo lavoro, mi risulta che ne fai un centinaio all’anno…

Lo scialpinismo è fondamentale per me. Non soltanto nel senso economico, visto che lavoro parecchio in quel senso. L’inverno mi piace molto, trasforma la montagna in un luogo magico, più bella e dolce e allo stesso tempo più estrema e severa. Pratico molto l’arrampicata su ghiaccio e sul misto, ed ha un fascino particolare, ma mi sento sempre legato e inghiottito dall’intestino della montagna, a differenza delle discese di pendii bianchi incontaminati o dei canaloni ripidi delle Dolomiti dove mi sento sollevato ed estasiato da ogni pensiero. Nonostante ciò, so che nello scialpinismo trovare le decisioni giuste é molto più complesso e richiede una maggiore esperienza e serietà.

Per finire, mi diresti qualcosa che riguarda il tuo lavoro, che ruolo ha la guida alpina al giorno d’oggi e come si deve porre nel rapporto con i suoi clienti?

La guida alpina è sempre stata, e lo sarà anche in futuro, una specie di mediatore tra la natura della montagna e le  persone che si confrontano per qualche periodo dell’anno con essa. Anche se il lavoro, soprattutto dal lato burocratico è diventato più complesso e più vario, il contenuto del compito è quello di 200  anni fa: essere un buon compagno in tutte le situazioni. L’arte del mestiere sta nell’essere signore e servo nello stesso momento e sempre nella misura giusta. Il  rapporto ideale tra guida e cliente è di crescere e di invecchiare assieme nel corso degli anni…

 

By | 2018-05-14T17:52:10+00:00 14 maggio, 2018|

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